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sabato 1 Febbraio 2020
Virus cinese: i timori delle aziende italiane
Da un'indagine di Promos Italia su un campione di 200 aziende, sei su dieci si aspettano conseguenze per i loro rapporti commerciali ma è troppo presto per capire

Quale sarà l’impatto del coronavirus cinese sul sistema imprenditoriale italiano? Ancora presto per dirlo. Nel frattempo, Promos Italia, l’agenzia nazionale delle Camere di commercio per l’internazionalizzazione, ha cercato di tastare la percezione e le preoccupazioni di oltre duecento  imprese già attive sui mercati esteri. Questo il quadro che emerge: sei aziende su dieci si aspettano  conseguenze. Più concretamente, però, non si può parlare finora di avvisaglie o contraccolpi negli affari per quasi la metà di loro, anche se proprio la metà ha già avuto alcune conseguenze limitate. Le informazioni sul virus sono chiare e spesso dirette per uno su tre, ma per sei su dieci è ancora presto e bisogna aspettare per capire meglio le conseguenze.  Uno su sei ha fonti dirette dalla Cina con cui segue questi aggiornamenti. Circa la metà, se la situazione fosse prolungata, potrebbe avere una riduzione del suo business estero.

Ci sono già conseguenze per alcune aziende italiane

«Dalla nostra indagine emerge che alcune conseguenze per il business delle nostre imprese in Cina sono già tangibili», spiega Alessandro Gelli, direttore di Promos Italia, «e che la preoccupazione per l’evoluzione degli affari nei prossimi mesi è alta. La maggioranza delle imprese intervistate, infatti, ritiene che, se la situazione non migliorerà, i rapporti economici con la Cina potranno ridursi. Detto ciò», prosegue Gelli, «la maggior parte delle imprese ritiene che le informazioni ad oggi disponibili siano ancora troppo frammentarie e confuse per poter calcolare con chiarezza le ricadute che questa emergenza avrà sui loro affari nel breve-medio periodo, ma al contempo questa incertezza genera inevitabile preoccupazione».

Più di un terzo dell’interscambio nazionale è lombardo

In base ai dati Istat rilevati a settembre 2018 e a settembre 2019, la Lombardia rappresenta più di un terzo del totale nazionale di interscambio con la Cina (il 38,7%). L’import da solo vale circa 10 miliardi di euro sui 24 nazionali (41%) e l’export 3 miliardi su 9 (33%). Le importazioni sono in crescita sia in Lombardia (+2,2%) che in Italia (+5,4%). In flessione l’export, che consiste soprattutto in macchinari, ma aumenta a livello regionale quello di prodotti alimentari (+8,6%), articoli farmaceutici (+5,5%) e abbigliamento (+4,2%), mentre a livello nazionale vanno bene i prodotti farmaceutici (+11,8%) e i tessili (+5,2%). L’import lombardo privilegia l’elettronica (27,3% del totale), l’abbigliamento (12,6%) e gli apparecchi elettrici (11,2%); quello italiano il tessile (20%). Dopo la Lombardia le regioni più attive nell’interscambio sono Veneto ed Emilia Romagna (13% circa del totale), mentre Milano spicca tra le province con 6,4 miliardi di scambi (+3,6%, 4,7 di import e 1,7 di export). È seguita da Torino, con 1,6 miliardi, e da Lodi, con 1,4 miliardi. Tra le prime venti anche le lombarde Monza Brianza, Brescia, Varese, Como e Mantova.

 

 

 

Redazione Mondo Business
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