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giovedì 28 Maggio 2020
Università e imprese devono ancora imparare a parlarsi
Il prof. Gianni Ferretti, pro rettore della sede cremonese del Politecnico di Milano, invita le aziende a cogliere le grandi opportunità che potrebbero aprirsi grazie alle nuove tecnologie e cita l'esempio di sinergia efficace tra il suo ateneo e il Polo per l’innovazione digitale di Cremona
Gianni Ferretti

Il Governo, con il decreto “Rilancio”, ha stanziato 1,4 miliardi di euro per i prossimi due anni a favore del mondo dell’università e della ricerca. Si può parlare di un primo segnale di svolta nei confronti di un settore strategico per la crescita, ma è abbastanza? «Direi proprio di no. Purtroppo, l’impoverimento che ha  interessato il settore universitario e della ricerca ha raggiunto livelli profondi. Ad ogni modo, la direzione presa dal Governo è senz’altro quella giusta, in particolare per quanto riguarda l’assunzione di nuovi ricercatori. Si tratta, però, di un primo passo, perché occorrerà molto tempo per sostituire i tanti docenti andati in pensione e i giovani ricercatori che in questi anni hanno preferito la strada dell’estero. Il problema, infatti, non è solo la mancanza di risorse, ma anche di ricambio generazionale».

Qual è lo stato dell’arte? «Un dato su tutti riguarda l’età media dei docenti italiani, che è elevatissima: meno del 5% del corpo docente e di ricerca stabile ha un’età inferiore ai 40 anni. Nonostante tutto, però, compresi diversi tagli ai finanziamenti pubblici, le nostre università hanno saputo mantenere livelli eccellenti. Le faccio l’esempio di un mio ex dottorando, che è diventato ricercatore all’università di Leeds, dove si occupa di robotica chirurgica, e che mi ha confidato di dover attendere l’arrivo di altri studenti italiani per poter essere coadiuvato nel modo migliore nei lavori di tesi. Del resto, non è un segreto che all’estero i ricercatori italiani sono apprezzati per la loro maggiore autonomia di giudizio e per la loro versatilità; il che dovrebbe rendere orgoglioso il nostro Paese».

Nel nostro Paese, il rapporto tra università e mondo del lavoro non riesce a esprimere tutto il suo potenziale e questo comporta un nostro ritardo nei confronti della concorrenza internazionale. Quali sono, a suo giudizio, le cause di questa mancanza? «Ci sono difficoltà in entrambi i campi. Mi lasci dire che il mondo delle imprese non è ancora entrato in piena sintonia con il modo di fare ricerca. Tendenzialmente, le aziende sono più concentrate sul soddisfacimento delle commesse del momento, non considerando il fatto che un investimento anche solo nel medio termine porterebbe loro più vantaggi. Questo ho modo di constatarlo in prima persona, perché mi occupo di ricerca applicata e molto spesso vengo contattato dalle aziende per affrontare problemi contingenti».

E per quanto riguarda le università? Quali sono i deficit? «L’autoreferenzialità, soprattutto, rimane un grosso problema da risolvere, la difficile apertura al confronto con il mondo produttivo. Ora, però, sebbene la situazione in cui ci troviamo sia economicamente molto difficile, potrebbero aprirsi grandi opportunità e in questo senso qualche segnale lo si nota già. Pensiamo, per esempio, alla digitalizzazione: soltanto nell’arco di un paio di settimane le nuove tecnologie si sono diffuse all’interno delle aziende con una rapidità incredibile, viste le reticenze riscontrate finora. Difficilmente credo si potrà tornare indietro, anche perché era proprio questo ritardo nell’impiego del digitale una delle cause del gap cronico nei confronti di altri competitori internazionali».

Vede una qualche strategia da parte del nostro Paese per tentare una ripresa quando il peggio dovesse passare? «Il Paese aveva imboccato una strada virtuosa grazie al piano Industria 4.0, poi divenuto Impresa 4.0. Un piano che era stato accolto con grande favore dalle aziende e dallo stesso mondo universitario, tant’è vero che stavano iniziando a generarsi sinergie tra i due ambiti. Poi, però, c’è stata una battuta d’arresto e questo percorso virtuoso è stato molto depotenziato. Adesso, l’impressione è che si sia recuperata una certa sensibilità sul tema e non posso che accogliere con favore questo ritorno sui propri passi. D’altra parte, al di là delle politiche salariali, il terreno di confronto con la concorrenza internazionale è il livello di competenza del capitale umano, che deve essere continuamente formato sulla base delle novità tecnologiche che via via si susseguono».

Qual è il contributo del Politecnico con il mondo produttivo del territorio cremonese? «A livello locale possiamo contare su un rapporto molto stretto con il Polo per l’innovazione digitale. Il nostro confronto con le start up che vi lavorano è costante ed è lì che spesso i nostri studenti fanno la loro esperienza sul campo; di più: in molti casi proprio i laureati del nostro ateneo hanno saputo dar vita a iniziative imprenditoriali di successo. Devo dire che questo esempio di continuità virtuosa tra Politecnico e Polo per l’innovazione digitale, e quindi tra università e mondo del lavoro, non è sempre ben percepita. Certo, gli studenti che riusciamo a formare sono sempre troppo pochi, rispetto alle esigenze del mondo del lavoro, ma qui tocchiamo un problema culturale molto radicato nel nostro Paese: gli studi tecnici continuano a non riscuotere la dovuta attenzione rispetto a quanto accade all’estero, soprattutto nella componente femminile degli studenti, che pure, nei casi che abbiamo potuto constatare, dimostrano una spiccata attitudine».

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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Polo per l'innovazione digitale
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