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martedì 19 Maggio 2020
Un vero decreto Rilancio lo stiamo ancora aspettando
Lorenzo Tavazzi, del think tank The European House - Ambrosetti, rileva la mancanza di una vera visione di crescita nell’ultimo decreto del Governo e sull’Europa invita a essere onesti: «Difficile pretendere di più»
Lorenzo Tavazzi

Abbiamo intervistato Lorenzo Tavazzi, responsabile Scenari e Intelligence  di The European House -Ambrosetti, in merito alle politiche economiche decretate dal Governo per fronteggiare la crisi. The European House – Ambrosetti è da sette anni consecutivi il primo think tank privato in Italia secondo il Global go think tank index dell’Università della Pennsylvania, nonché organizzatore del prestigioso forum annuale a Cernobbio.

Le azioni esercitate finora dal Governo per dare ossigeno all’economia italiana possono essere ritenute adeguate all’emergenza in cui ci troviamo? Complessivamente, le aziende non sono soddisfatte e, da parte loro, i lavoratori in moltissimi casi non hanno ancora ricevuto alcun aiuto economico. «Di certo, prima che venisse varato il cosiddetto decreto “Rilancio”, che a mio avviso sarebbe più corretto chiamare “Sostegno”, si è verificato un problema significativo di erogazione del credito. Basti solo un confronto con la Francia, dove a fine aprile 300mila aziende hanno ricevuto qualcosa come 48 miliardi di euro di prestiti garantiti dallo Stato. Ben venga, dunque, il decreto in questione, per quanto in ritardo. Il tema sul tavolo, però, non è cambiato: si riuscirà finalmente a fare in modo che le risorse arrivino velocemente a chi ne ha bisogno? Finora, gli strumenti messi in campo dal Governo italiano hanno dimostrato dei limiti, probabilmente dovuti a un’impreparazione a gestire una mole ingente di richieste in così poco tempo. Anche i tempi di erogazione degli ammortizzatori sociali sono stati troppo lunghi. Ora si parla di un ulteriore decreto per semplificare le procedure; valuteremo una volta varato il provvedimento. La realtà è che, per il momento, il Governo ha scelto di procedere con delle “toppe” più o meno rilevanti, ma non con una vera e propria visione per il futuro».

Dunque un decreto “Rilancio” lo dobbiamo ancora aspettare. Che cosa dovrebbe includere questo futuro provvedimento? «Una prospettiva di crescita, perché tutto ciò che è contenuto nell’ultimo decreto non vi ha nulla a che vedere. Si devono rilanciare temi che, beninteso, erano sul piatto da tempo, molto prima dell’emergenza attuale. Sono vent’anni che l’Italia non cresce, perché non si può parlare di crescita quando la media annuale del Pil è pari allo 0,4%. Ma questo non deve far pensare che il nostro Paese non abbia fondamentali macroeconomici all’altezza della situazione, perché due anni fa, come The European House Ambrosetti, presentammo al Governo un nostro studio sui livelli di produttività, dove mettevamo in risalto che, se si scomponeva la produttività per i diversi fattori produttivi – capitale, lavoro etc. – la produttività del capitale italiana era pari a quella tedesca e quella del lavoro addirittura superiore eppure, nonostante questo, negli ultimi venticinque anni in Italia il contributo alla crescita da parte delle “energie del sistema” è stato  negativo».

Quali sono le cause che ci impediscono di crescere? «Innanzitutto, la difficoltà sta nel tradurre la politica economica in azioni concrete ovvero nella burocrazia. Dopodiché, occorre intervenire anche sulle regole del mercato del lavoro; sul tema enorme del debito pubblico e sulla mancanza di visione industriale: che fine ha fatto il Piano Calenda per l’Industria 4.0? Pertanto, auguriamoci che l’emergenza da Covid-19 serva a imprimere una svolta al nostro Paese, altrimenti, nella migliore delle ipotesi, torneremo alla situazione stagnante di prima e, nella peggiore, sarebbe una tragedia». Quanto all’Unione europea, che cosa pensa del dibattito in corso a Bruxelles? C’è da sperare che, Bce a parte, l’Italia possa ricevere un contributo adeguato? «Per valutare obiettivamente l’azione europea ritengo che occorra essere intellettualmente onesti, rispetto a ciò che l’Ue può fare sulla base dei trattati vigenti e rispetto a ciò che dovrebbe fare. È chiaro, per fare un esempio puntuale, che gli Eurobond o Coronabond non si potrebbero comunque realizzare in un mese, perché è necessario elaborare uno strumento apposito per emettere debito comune».

«Trovo che le polemiche di questi giorni nei confronti dell’Ue siano sbagliate. Giusti i richiami a una maggiore azione, ma chi pretende che un sistema così complesso possa essere modificato in breve tempo ignora la portate del problema oppure è in malafede. Errori ce ne sono stati e la stessa Germania ha riconosciuto che l’idea di lasciare sola l’Italia ad affrontare questa crisi è sbagliata, ma proprio per questo motivo il nostro Paese deve cogliere l’occasione propizia per esercitare un ruolo costruttivo verso un cambiamento dell’Unione dall’interno e lo può fare in veste di membro fondatore. Gli strumenti in campo sono molti e se mi chiede Mes sì o Mes no, le rispondo indubbiamente di sì, perché i soldi servono e quindi tanto vale poterne disporre a tasso agevolato. Inviterei del resto a fare attenzione all’idea che si possa emettere debito all’infinito. Alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale federale tedesca, ho qualche dubbio che la Banca centrale europea potrà continuare per molto tempo ad acquistare il nostro debito pubblico senza troppe condizioni».

(Fine prima parte)

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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