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mercoledì 27 Maggio 2020
Un patto intergenerazionale per ridisegnare il Paese
Prosegue l’intervista ad Alberto Mattiacci, presidente del comitato scientifico dell’Eurispes. In questa seconda parte, Mattiacci rivendica il diritto dello Stato ad aiutare le proprie imprese e rievoca gli aspetti positivi dell'Iri: «Seppe essere un’eccellente scuola di formazione per giovani manager, di cui l’intera economia nazionale beneficiò per decenni»
Alberto Mattiacci

Nel complesso delle somme destinate alle imprese, il Governo ha scelto la strada dei prestiti. Poche, in proporzione, sono infatti le risorse a fondo perduto. Pensa che si sarebbe potuto fare di più in questa direzione? «Distribuire soldi a fondo perduto a tutti presuppone l’avere a disposizione questi stessi soldi e non è il caso del nostro Paese; ecco perché si parla di prestiti e di garanzie sui prestiti. Mi faccia dire che in generale leggo un atteggiamento della nostra opinione pubblica che condivido poco, anche nei confronti dell’Europa: ci aspettiamo che l’Ue ci dia i soldi di cui abbiamo bisogno (quanti sono? Come vengono calcolati? Chi fa il conto?) nei tempi e nelle modalità che decidiamo noi e, se le regole vigenti non lo consentono, pretendiamo che si cambino le regole. La soluzione più conveniente per il nostro Paese, a mio avviso, sarebbe quella che ho espresso in precedenza: dotarsi di una classe dirigente seria e preparata, capace di proporre un patto inter-generazionale per ridisegnare il Paese. Il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, nel nostro ultimo rapporto sull’Italia, lo ha espresso molto bene e in tempi non sospetti, prima dell’attuale emergenza: serve ricostituire il Paese, cioè affidare a un’assemblea di tutte le forze politiche il compito di ridisegnare l’assetto e le regole istituzionali, pensando – come è necessario fare- a un futuro di lungo termine».

Nel nostro Paese si è tornati a riflettere sull’ipotesi di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia. Che cosa pensa al riguardo? «Filosoficamente, sono da sempre favorevole a un “capitalismo ben temperato”, che trovi un giusto equilibrio fra Stato e privati, frutto di un meditato progetto di politica industriale ed economica e non di mode o del prevalere di interessi particolari, come purtroppo è più volte avvenuto. Per esempio, oggi, a livello di Stato centrale, si sente la mancanza di un soggetto capace di elaborare politiche industriali di settore e di condurle anche con un certo grado di intervento diretto, variabile a seconda delle industry e del momento storico. Personalmente vedo anche la necessità che lo Stato acquisisca un grado di controllo maggiore sulle infrastrutture strategiche per il Paese: per intenderci, quelle decisive per lo sviluppo sostenibile, in un orizzonte di lungo periodo: reti di comunicazione, di trasporto, alcune utility locali».

È tornata a far parlare di sé anche la vecchia Iri. Ritiene sia una boutade o una proposta da prendere in considerazione? «La creazione di una nuova holding statale, una sorta di Iri 2, potrebbe essere parte della soluzione, purché l’indirizzo politico a cui sottoporla sia svincolato dal ciclo elettorale. Mi piace qui ricordare che l’Iri seppe essere anche un’eccellente scuola di formazione per giovani manager, di cui l’intera economia nazionale beneficiò per decenni. Rinnovare un modello culturale del genere sarebbe molto saggio nel Paese dell’imprenditoria diffusa e della bassa scolarizzazione generale. Naturalmente tutto ciò andrebbe sottoposto a poche ma precise regole sovranazionali, chiare e universali: in primis sull’uso dei denari pubblici in questione, perché occorre sempre ricordare ciò che l’esperienza italiana degli ultimi trent’anni ha evidenziato: “più Stato” è diventato “più deficit”, “più debito” e, quindi, “meno futuro”. Queste regole, tuttavia, non devono assomigliare nemmeno da lontano all’attuale disciplina europea degli “aiuti di Stato”, troppo spesso soggetta a interpretazioni di convenienza da parte di alcuni Paesi a danno di altri».

«E, poi, sa cosa penso?». Prego. «Che se uno Stato ritiene razionalmente utile e necessario aiutare un’impresa in difficoltà deve poterlo fare: all’ideologia avversa agli aiuti rispondo con un’altra ideologia, opposta alla prima. Di contro, vedrei indispensabili e urgentissimi dei provvedimenti che vadano in direzione esattamente opposta, verso la liberazione delle forze culturali e innovatrici del paese: liberalizzare, incoraggiare la libera competizione, cancellare burocrazia, affidarsi per davvero al principio della responsabilità e non più all’ossessione del controllo. Un esempio solare sono le università pubbliche: trasformiamole in fondazioni libere dalle pastoie della contabilità pubblica, dando al corpo docente e di ricerca la convenienza anche economica a intraprendere dall’interno dell’università stessa».

A suo modo di vedere, si può trarre un insegnamento da questa crisi e quale? «Penso che questa crisi, che – non lo si dimentichi – è la quinta crisi sistemica nel corso dei primi vent’anni del XXI secolo – accelererà la maturazione di alcuni fenomeni e sentimenti. In breve, credo contribuirà a un recupero di rilevanza dell’economia reale rispetto a quella finanziaria; che metterà la pietra tombale su un consumismo fondato sull’accumulazione e sul debito e penso che metterà lo Stato italiano di fronte all’obbligo di ridisegnare il patto civile coi propri cittadini, perché lo Stato dovrà chiedere molto ai “frati per rimettere in sesto il convento” e ciò non potrà avvenire senza concedere un’importante contropartita; penso ancora che frenerà la deindustrializzazione europea, anche se meno di quanto si pensi. Spero, infine, che ci renderà migliori, facendoci fare tesoro dell’esperienza Covid-19, che ci ha dimostrato come il benessere di tutti dipende da un buon comportamento individuale».

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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