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mercoledì 19 Agosto 2020
Troppe incertezze per tornare a investire
Matteo Gosi, ceo dell'azienda cremonese Wonder Spa, si dice preoccupato per la mancanza di una visione di lungo periodo negli ultimi provvedimenti governativi. Quanto all'automotive, il settore di riferimento della Wonder, Gosi critica la demonizzazione europea dei nuovi motori a combustione, in favore di un mercato dell'elettrico ancora tutto da costruire
Matteo Gosi

Quanta parte riveste l’export nel business della sua azienda e quanto ne ha risentito a causa del lockdown?

«Wonder esporta i suoi prodotti in più di sessanta Paesi nel mondo e l’88% del fatturato è realizzato proprio fuori dai confini italiani. Al riguardo, abbiamo conosciuto una forte contrazione, che però si è concentrata solo nel periodo del lockdown. Complessivamente, infatti, nel primo semestre 2020 siamo riusciti a contenere la diminuzione intorno al 15%, rispetto al 2019, equamente distribuita tra la quota interna e quella di export. In merito a quest’ultimo, il nostro settore di riferimento è l’automotive, in particolare i car maker; un settore che di fatto si è quasi azzerato. Ora una ripartenza c’è stata, ma con volumi comunque inferiori rispetto all’anno scorso: parliamo del 25-26% in meno. Ad ogni modo, grazie a una serie di investimenti in nuovi prodotti, dovremmo riuscire a contenere le perdite di fatturato. Considerati l’autunno e l’inverno che ci attendono, diciamo che ci riterremmo soddisfatti se chiudessimo l’anno con un calo di fatturato del 15-20%».

Condivide le previsioni pessimiste avanzate da più analisti in merito all’ultima parte dell’anno?

«Ammetto che un mese fa sarei stato molto più negativo. Oggi continuo ad esserlo, per la verità, ma non posso trascurare i nostri dati consuntivi di giugno, che testimoniano una riduzione del gap con l’anno scorso. Ad ogni modo, la mia impressione è che non si stia affrontando il problema in modo organico. Intendo dire che si distribuiscono soldi e si rimandano i licenziamenti, ma i nodi prima o poi verranno al pettine. Ad oggi è difficile fare previsioni. Di certo, però, un piano economico non lo vedo. Ciò che servirebbe alle imprese è una visione di medio-lungo periodo e invece prevalgono le incertezze, anche su un tema fondamentale come quello del 4.0. In un contesto simile un’impresa non si sente sicura di investire».

Quali sono, in particolare, le sue attese per il settore dell’automotive, uno dei più colpiti dalla crisi?

«Come accennavo, il settore a luglio è ripartito abbastanza, ma per quanto riguarda l’autunno occorrerà vedere se sarà sufficientemente “drogato” dagli incentivi o meno. Certo, i dati sul Covid a livello europeo non promettono bene, così come, sempre a livello europeo, pende la spada di Damocle del motore elettrico, che ritengo un harakiri incredibile». In che senso? «L’Europa aveva in mano una tecnologia molto valida, grazie allo sviluppo di un nuovo Diesel e del downsizing, la riduzione della cilindrata dei motori, ma si è fatta travolgere da un modernismo non troppo giustificato per l’elettrico puro, in cui siamo ancora indietro. Non solo: si spinge per l’elettrico in un mercato in cui oggi i più grandi car maker sono in grande difficoltà. Senza parlare della relativa infrastruttura, che in Italia è di là da venire. Mi sembra, insomma, un errore politico da parte dell’Unione europea. Beninteso, sono convinto anch’io che l’elettrico rappresenti il futuro, solo che non credo sia il presente, perlomeno non penso lo sia dal punto di vista della sostenibilità economica».

Che cosa ne pensa del Patto per l’Export voluto dal Governo? Condivide i sei pilastri strategici individuati? Pensa che siano efficaci?

«Il giudizio è positivo; l’efficacia del Patto, però, si deve misurare. E per essere misurata, le linee guida devono sostanziarsi in azioni. Il problema dell’Italia, purtroppo, è che alle buone intenzioni non segue spesso una corretta implementazione, perdendo per strada efficacia ed efficienze. Personalmente, ho potuto toccare con mano la “potenza di fuoco” di un collega tedesco in Cina, rispetto a un’impresa italiana. Le aziende tedesche dispongono di un sistema integrato di aiuti, anche attraverso un supporto sul posto, molto ben organizzato, che consiglia il singolo imprenditore su dove sia meglio investire. Noi italiani, al contrario, dobbiamo interfacciarci con una pletora di uffici e con rappresentanze di vario tipo, per di più non sufficientemente efficaci. Nel mio caso, ho dovuto ricorrere a una consulenza privata, ma questo comporta ovviamente un costo aggiuntivo».

 

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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