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sabato 10 Agosto 2019
Tasse: il gettito più elevato è in Lombardia
Per invertire la rotta l'Ufficio studi della CGIA di Mestre difende l'autonomia delle Regioni e avverte sui rischi dell'esercizio provvisorio
Piazza Città di Lombardia

Sono i cittadini lombardi a versare più tasse al fisco. Lo sostiene l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che precisa come, nel 2017 (ultimo anno in cui i dati sono disponibili), ogni residente di questa regione abbia pagato mediamente 12.297 euro, tra tasse, imposte e tributi. Seguono i valdostani con 11.480, gli abitanti del Trentino Alto Adige con 11.297 e gli emiliano-romagnoli con 11.252 euro. La Calabria, invece, è l’area dove  il peso del fisco è più contenuto: ogni residente di questo territorio ha pagato all’erario mediamente 5.516 euro. Il dato medio nazionale è pari a 9.168 euro e l’elaborazione dell’Ufficio studi rileva come, su questi 9.168 euro, ben 7.672 finiscano nelle casse dello Stato centrale (pari all’83,7% del totale) e solo 1.495 euro pro capite (pari al 16,3%) confluisca alle Regioni e agli enti locali (Comuni, Province e Comunità montane).

Dove il reddito è maggiore aumenta anche il livello di tassazione

 «Questo risultato non ci deve sorprendere», commenta Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA. «Come recita l’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è basato sul criterio della progressività e, pertanto, nei territori dove i livelli di reddito sono maggiori, grazie a condizioni economiche e sociali migliori, anche il gettito tributario presenta dimensioni più elevate che altrove. Questi dati, inoltre, consentono di fare una riflessione sul tema dell’autonomia differenziata; un argomento che, nelle ultime settimane, ha lacerato i rapporti all’interno della maggioranza e ha contribuito a far scoppiare la crisi di governo». 

 Autonomia: la vera partita è tra chi difende o meno lo status quo

«Le divisioni emerse tra Lega e Pentastellati sono state profondissime e in gran parte dovute a un approccio a questa riforma del tutto scorretto. L’autonomia differenziata è stata vissuta come una contrapposizione  tra Nord e Sud del Paese, quando invece è una partita che si gioca tra il centro e la periferia dello Stato: tra chi vuole un’amministrazione pubblica che funzioni meglio e costi meno e chi difende lo status quo, perché trasferendo funzioni e competenze  ha paura di perdere potere e legittimità. E per conservare posizioni che non sono più difendibili, i proponenti di questa riforma sono stati accusati di voler impoverire ulteriormente le realtà territoriali più in difficoltà del Paese».

L’autonomia delle Regioni costringerà tutto il Paese a un maggior rigore

Dalla CGIA, invece, sono convinti che questa riforma possa far bene a tutta l’Italia e non solo alle Regioni che, per prime, hanno chiesto maggiore autonomia. Afferma il segretario, Renato Mason: «Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le Regioni che stanno vivendo la fase più avanzata di questa partita, ma altre nove, in forme diverse, hanno manifestato l’interesse ad avviare una trattativa con l’Esecutivo. Più autonomia equivale a più responsabilità ed è evidente che i risparmi e l’extra gettito prodotto devono rimanere nei territori che li generano. La responsabilità diretta sulle materie richieste dai governatori  Zaia, Fontana e Bonaccini costringerà tutto il sistema Paese ad adottare un maggior rigore nell’uso delle risorse. Queste tre Regioni faranno da apripista, provocando un effetto trascinamento che ridurrà la spesa pubblica e innalzerà la qualità dei servizi erogati ai cittadini».

Il rischio dell’esercizio provvisorio, a danno di famiglie e autonomi

Ovvio che il probabile ritorno al voto, nel prossimo autunno, allungherebbe notevolmente i tempi di approvazione di questa riforma, ma solleva anche un’altra importante questione: la crisi di governo rischia di far scattare l’esercizio provvisorio e, conseguentemente, l’aumento dell’Iva a partire dal prossimo 1 gennaio. Una vera iattura  che, secondo l’Ufficio studi della CGIA, penalizzerebbe le famiglie e i lavoratori autonomi: le prime perché subirebbero un forte aumento delle imposte sull’acquisto di beni e servizi;  le seconde in quanto vivono quasi esclusivamente di domanda interna che, con l’aumento dell’Iva, quasi sicuramente sarebbe destinata a diminuire.

 

 

 

 

 

Redazione Mondo Business
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