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mercoledì 13 Maggio 2020
Sostegni al reddito: quanto costerà la crisi in un anno?
Secondo una ricerca dell’Inapp, per rafforzare la funzione di supporto alla crescita dei sostegni al reddito, occorrerebbe inserirli in una triplice prospettiva di azione che ci viene offerta dalla stessa crisi

Quanto costerebbero le misure di sostegno al reddito predisposte dal Governo, se l’emergenza del coronavirus durasse almeno un anno? L’Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) ha licenziato il primo studio che fotografa gli interventi messi in campo dalle istituzioni per fronteggiare la drammatica crisi reddituale scatenata dalla crisi sanitaria ed economica. In particolare, nel documento, dal titolo “Emergenza sanitaria e misure di sostegno al reddito dei lavoratori in Italia”, si analizza come si siano rafforzati alcuni strumenti di protezione sociale esistenti (cassa integrazione), strumenti che hanno interessato circa 3 milioni di lavoratori e prevedono una stima in oneri di 5 miliardi di euro; si siano semplificati altri ammortizzatori sociali (Naspi, Discoll) e introdotti indennizzi una tantum (bonus) anche attraverso un fondo di ultima Istanza per quei soggetti lavorativi le cui strutture previdenziali non prevedevano interventi di sostegno o i cui contorni erano incerti. In questo caso, la platea dei lavoratori è di 5 milioni e 441mila persone, per una spesa stimata per ogni mese pari a 3,2 miliardi di euro.

Il costo dell’impegno dello Stato potrebbe raggiungere 44 miliardi di euro

Ipotizzando un’estensione massima dei sostegni fino a dodici mesi e non considerando ipotesi di ampliamento delle misure, il costo dell’impegno finanziario relativo a indennità e fondo di ultima istanza ammonterebbe intorno ai 39 miliardi di euro, per raggiungere quota 44 miliardi se si sommasse il costo del Reddito di cittadinanza, per una copertura di una platea complessiva di circa 8 milioni di individui. A ciò vanno aggiunti i sostegni al reddito previsti nella bozza del decreto attualmente in discussione (per lavoratori domestici non coperti da Cigo/Cigs, e per altre categorie ancora non coperte), il quale introduce anche una nuova forma di sostegno, il cosiddetto Reddito di emergenza. «Nel complesso, si tratta di un poderoso sistema di misure di compensazione della caduta dei redditi dovuta alla pandemia», afferma Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, «ma per rafforzarne la funzione di supporto alla crescita della produzione e dell’occupazione, occorrerebbe inserirle organicamente in una triplice prospettiva di azione che ci viene offerta dalla stessa crisi. La prima è quella della ristrutturazione dei processi produttivi, connessa all’adozione dello smart working, che, ricordiamolo ancora una volta, non è il semplice “telelavoro”. Da questa ristrutturazione può derivare una serie di benefici anche in termini di crescita della produttività del lavoro e della competitività delle imprese ».

Meno ore di lavoro in cambio di una formazione finanziata dal Fondo sociale europeo

«La seconda è quella della creazione di nuove attività imprenditoriali, verso le quali potrebbero riconvertirsi attività, specie di piccola scala, con difficoltà di riapertura dopo la pandemia, o comunque sollecitate da nuovi bisogni legati all’economia circolare e alla green economy in genere (una sezione delle politiche del lavoro potrebbe essere dedicata a questo). Infine», conclude Fadda, «L’ipotesi della riduzione delle ore individuali di lavoro, accompagnata da corrispondenti ore dedicate alla formazione con finanziamento del Fondo sociale europeo, potrebbe svolgere la triplice funzione di accrescere le competenze e il capitale cognitivo dei lavoratori, di favorire la crescita della domanda di lavoro e di ridurre il mismatch delle competenze, purché tale formazione non sia una mera finzione burocratica per attingere al Fondo sociale, come fu nel caso della “cassa integrazione in deroga».

 

 

 

Redazione Mondo Business
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