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martedì 31 Marzo 2020
Si rischia una depressione di lunga durata
Il rapporto di previsione del Centro studi di Confindustria lancia l'allarme sulla tenuta del tessuto produttivo italiano. «Mai nella storia della Repubblica ci si è trovati ad affrontare una crisi di queste proporzioni»
Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria

«Mai nella storia della Repubblica ci si è trovati ad affrontare una crisi sanitaria,  sociale ed economica di queste proporzioni». Esordisce così il rapporto del Centro studi di Confindustria sulle previsioni per l’economia italiana nel 2020 e nel 2021. «Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale della nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo momento, per garantire il benessere futuro. Occorre agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri Paesi si stanno già muovendo in questa direzione». Nessuno, precisa il Centro studi di viale dell’Astronomia, conosce ad oggi la dimensione complessiva degli interventi necessari, se non che dovranno essere massivi, ma è chiaro a tutti che solo mettendo in sicurezza i cittadini e le imprese la recessione attuale potrà evitare di  tramutarsi in una depressione economica prolungata.

Le prospettive economiche sono gravemente compromesse

A differenza di altri choc economici, anche recenti, che il mondo ha conosciuto, in questo caso si ha a che fare con un danno congiunto tanto sul versante dell’offerta quanto su quello della domanda. «Le prospettive economiche, in questa fase di emergenza sanitaria, sono perciò gravemente compromesse. Non è chiaro, inoltre, con quali tempi esse potranno essere ristabilite. Ipotizziamo che nei prossimi mesi saranno attive nel settore manifatturiero le seguenti percentuali di imprese, nell’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo alla metà del secondo trimestre dell’anno. Aprile: 40% all’inizio; 60% alla fine del mese; maggio: 70% all’inizio; 90% alla fine del mese; giugno: 90% all’inizio; 100% alla fine del mese. Anche con queste ipotesi, la caduta stimata del Pil nel secondo trimestre, rispetto alla fine del 2019, è attorno al 10%. Inoltre, la ripartenza nel secondo semestre sarà comunque frenata dalla debolezza della domanda di beni e di servizi».

L’ipotesi migliore prevede un calo del 6% del Pil a fine anno

Solo i prossimi mesi ci confermeranno o meno le previsioni di cui sopra e, nel caso peggiore, andranno necessariamente riviste al ribasso. A detta del Centro studi di Confindustria, nel 2020 un netto calo del Pil è comunque ormai inevitabile – si prevede infatti un – 6% – e questo nell’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria termini entro il prossimo mese di maggio. Si tratta di un crollo superiore a quello seguito alla crisi finanziaria del 2008 e del tutto inatteso a inizio anno. «Ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, secondo i parametri attuali, potrebbe costare una percentuale ulteriore di Pil dell’ordine di almeno lo 0,75%».

Fare di tutto per non distruggere il tessuto produttivo del Paese

«In questa prima fase», prosegue il rapporto del Centro studi, «l’azione di politica economica, immediata ed efficace, deve essere diretta a preservare il tessuto produttivo del Paese, impedendo che la recessione profonda di questi mesi distrugga parte del potenziale e si traduca in una depressione prolungata, con un aumento drammatico della disoccupazione e un conseguente crollo del benessere sociale. Non appena possibile, occorrerà poi mobilitare risorse rilevanti per un piano di ripresa economica e sociale. In entrambe le fasi, un’azione comune o almeno coordinata a livello europeo sarebbe ottimale; in assenza di questa possibilità, la risposta della politica economica nazionale dovrà essere comunque tempestiva ed efficace».

Anche l’export non verrebbe risparmiato dalla crisi

«Gli investimenti delle imprese sono la componente del Pil più colpita nel 2020 (-10,6%). Calo della domanda, aumento dell’incertezza, riduzione del credito, chiusure forzate dell’attività: in questo contesto è proibitivo per un’azienda realizzare nuovi progetti produttivi, visto che la stessa prosecuzione dell’attività corrente è compromessa o a forte rischio, come mostra la caduta della produzione industriale. Gli investimenti privati, perciò, crolleranno nella prima metà di quest’anno». Anche l’export dell’Italia non verrebbe risparmiato dal calo generale dell’attività economica (si prevede un -5,1% per l’anno in corso).

Confindustria chiede l’emissione di Eurobond

Tutto ciò metterebbe fortemente in crisi la tenuta del nostro sistema produttivo, dalla quale dipendono le prospettive di rilancio, una volta terminata l’emergenza sanitaria. Ecco perché, secondo Confindustria, l’Europa è chiamata a compiere azioni straordinarie, per esempio attraverso quella mutualizzazione del debito così malvista dai Paesi del Nord – Germania e Olanda in testa -, per preservare i cittadini europei da una crisi le cui conseguenze rischiano di incidere in modo duraturo sul nostro modello economico e sociale. Da parte sua, Confindustria, insieme con le analoghe confederazioni tedesca e francese, ha già proposto un piano europeo straordinario, pari a 3mila miliardi di euro di investimenti pubblici.

 

Redazione Mondo Business
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