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mercoledì 12 Giugno 2019
Rivoluzione 4.0: il futuro è adesso
Il prof. Taisch, responsabile scientifico dell'Osservatorio Industria 4.0, mette in guardia le Pmi: «Il loro deficit di formazione interna è un rischio»
Il prof. Marco Taisch

Il prof. Marco Taisch è uno dei più titolati esperti di tutto ciò che ruota attorno al concetto di 4.0 e, di conseguenza, delle nuove professioni di cui ha urgenza il mondo del lavoro italiano, per stare al passo con i competitori internazionali. E’ docente della School of Management del Politecnico di Milano, partecipe alla cabina di regia del piano Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo Economico e responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0.  Ci siamo rivolti a lui per approfondire il tema e capire qual è lo stato dell’arte nel nostro Paese.

Prof. Taisch qual è, se si può rilevare, il denominatore comune delle professioni del futuro? «Possiamo indicarlo nella capacità di leggere e analizzare dati. Il mondo si sta muovendo decisamente in una direzione che, comunque la si voglia chiamare: Quarta rivoluzione industriale o Industria 4.0, non cambia la sostanza ossia la digitalizzazione dei prodotti, dei processi produttivi e dei servizi. Avremo quindi figure professionali quali il “data engineer”, il “data architect” e altri ancora, esempi delle cosiddette professionalità verticali ma, attenzione, anche le professioni tradizionali sono chiamate ad ampliare le proprie competenze, così da consentire loro di prendere decisioni sempre più basate sui dati oggettivi a disposizione. Quei manager e quegli imprenditori che ancora oggi mi confidano di prendere decisioni “di pancia” non sono al passo coi tempi e rischiano, perché i loro concorrenti si stanno già attrezzando per lavorare sulla base di informazioni reali e contestuali».

Ma è poi corretto parlare di professioni del futuro o non è vero, piuttosto, che sono già oggi necessarie? «Sì, si tratta più precisamente di un futuro che è già presente e, se non si vuole correre il rischio di rimanere esclusi dallo sviluppo, occorre aggiornarsi alla svelta.Le grandi aziende sono sostanzialmente pronte: sanno che cosa fare e hanno attivato una formazione interna in tal senso. Quanto alle Pmi, hanno cominciato a capire l’importanza di attrezzarsi adeguatamente. Al riguardo, sono confortanti i dati pubblicati di recente dal Centro studi di Confindustria, datati 2017 – i primi utili, del resto -, che testimoniano come quasi due terzi delle Pmi italiane abbiano fatto uso dei benefici fiscali messi a disposizione dalle istituzioni per questo scopo. D’altra parte, sono proprio le aziende più piccole a rischiare di più e sembra non ci sia ancora una consapevolezza diffusa del grande pericolo che corrono nel continuare come se nulla fosse cambiato. Se è indubbio, infatti, che nel loro caso si tratta anche di un problema di budget ridotto, è però altrettanto vero che a volte a mancare è una sensibilità verso la formazione interna; è mio parere che proprio questo deficit sia una delle cause della perdita di produttività del sistema economico italiano».

Ecco perché sono necessari strumenti di agevolazione da parte dello Stato. «Guardi, mi permetta di lanciare una provocazione: le aziende devono comprendere che la formazione è un investimento, indipendentemente dal fatto che nella legge di bilancio sia previsto o meno un credito di imposta specifico. Oggi, l’innovazione è un processo talmente veloce che, se i cicli tecnologici precedenti duravano anche 40 anni, adesso si esauriscono in appena 5 anni. È chiaro, perciò, che di fronte a questi ritmi non posso pensare di sostituire in tempo i miei dipendenti, affidandomi al turnover, ma devo procedere a formare quelli di cui dispongo già».

Se parliamo invece del sistema dell’istruzione, universitario in particolare, qual è la situazione nel nostro Paese? «Le nostre università, quanto a competenza da erogare, sono generalmente molto valide. Quando mi confronto con i miei colleghi europei non rilevo differenze, anzi, forse i nostri atenei sono anche migliori per certi aspetti. Quello di cui difettiamo, rispetto per esempio alla Germania, è il sistema di formazione degli ITS, che nel complesso sono pochi e poco frequentati. Per cui, rispetto al fabbisogno nazionale, il numero dei nostri “supertecnici” è molto basso. Il nostro problema è lì, nel mezzo, tra laureati di ottima qualità e diplomati superiori di livello normale».

Si può parlare, tuttavia, di un trend in crescita? «Certo, il trend è in crescita ma siamo ancora lontanissimi dai numeri tedeschi. Il rischio è che, stante così le cose, sarà un laureato a dover fare il lavoro di un tecnico, con la conseguenza che si stancherà però presto e quindi finirà col lasciare scoperta una posizione importante. Anche in questo caso è un problema che avvertono di più le piccole aziende».

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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Industria 4.0
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