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sabato 27 Luglio 2019
Quasi un italiano su due lavora in una micro impresa
In vista della legge di Bilancio 2020, l’ufficio studi della CGIA di Mestre redigerà il “Manifesto a sostegno del ceto medio produttivo”
Paolo Zabeo

Sono micro e sono tantissime ma, soprattutto, sono importanti per l’elevato numero di persone a cui danno occupazione. Stiamo parlando delle attività imprenditoriali da 0 a 9 addetti. Escluso il settore agricolo, in Italia sono oltre 4,1 milioni di unità (il 95% del totale) e danno lavoro a quasi 7,6 milioni di cittadini (il 44,5% del totale). Un numero quasi doppio rispetto a quello delle grandi aziende che, segnala l’ufficio studi della CGIA di Mestre, assorbono 3,8 milioni di addetti. Inoltre, sono sempre le micro aziende a generare – dato del 2016 – il  25% del fatturato nazionale (746 miliardi di euro su un totale di 2.950).

Smentiti gli esperti che prevedevano la scomparsa delle micro imprese

Il coordinatore dell’ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo, puntualizza: «Fino a quarant’anni fa, erano ritenute residuali, quasi un effetto collaterale del boom economico esploso negli anni Sessanta. Molti esperti, addirittura, prevedevano che nel giro di qualche decennio sarebbero scomparse a causa della globalizzazione. Diversamente, le micro imprese si sono consolidate e oggi costituiscono uno degli assi portanti della nostra economia, sebbene la politica e in generale l’opinione pubblica non le tengano in grande considerazione».

No all’art. 10 del decreto “Crescita”

Anche per queste ragioni, l’ufficio studi della CGIA chiede con forza che si inizi a legiferare con particolare attenzione alle richieste sollevate dal mondo delle piccole e micro imprese. «Negli ultimi tempi, invece, le cose stanno andando diversamente. Alcuni esempi concreti? Lo sconto in fattura introdotto con l’art. 10 del decreto “Crescita”, per i lavori relativi a Ecobonus e Sismabonus che, a detta dell’ufficio studi, provocherà una forte distorsione alla concorrenza, a danno dei piccoli imprenditori del comparto casa. A sollevare questa denuncia è stata anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato».

I rischi del salario minimo per legge

A detta della CGIA, altrettanto preoccupanti rischiano di essere le conseguenze che potrebbero emergere con l’introduzione per legge del salario minimo a 9 euro lordi l’ora. «Se questa misura diventasse legge», afferma il suo segretario, Renato Mason, «il costo aggiuntivo in capo alle sole imprese artigiane sarebbe di 1,5 miliardi di euro l’anno. Un aggravio considerevole, anche se decisamente sottostimato, in quanto non include l’effetto trascinamento che l’introduzione del salario minimo per legge avrebbe nei confronti dei livelli retributivi, che oggi si trovano sopra i 9 euro lordi e che potrebbero vedersi ridurre o addirittura azzerare il differenziale salariale con i colleghi assunti con livelli inferiori».

I 10 punti del “Manifesto a sostegno del ceto medio produttivo”

Un banco di prova molto importante per misurare la sensibilità del Governo Conte, e in generale del Parlamento, nei confronti dei piccoli produttori sarà la legge di Bilancio 2020. Per questa ragione, l’ufficio studi della CGIA sta predisponendo un “Manifesto a sostegno del ceto medio produttivo”, che entro il prossimo autunno verrà recapitato a tutti i deputati e senatori italiani, affinché le loro proposte legislative rispettino le 10 richieste avanzate dagli artigiani mestrini: più efficienza nella pubblica amministrazione; più credito; più investimenti pubblici; più formazione professionalizzante e più servizi digitali, e ancora: meno tasse; meno burocrazia; meno criminalità organizzata; meno lavoro nero e meno concorrenza sleale. Ogni punto sarà corredato da una nota descrittiva e da un’illustrazione grafica.

 

 

 

Redazione Mondo Business
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