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lunedì 29 Giugno 2020
Quasi 9 Pmi su 10 non hanno fatto ricorso ai prestiti
La quasi totalità delle piccole e medie imprese non ha ritenuto conveniente indebitarsi ancora di più per risolvere i propri problemi di liquidità. Lo rivela la Cgia di Mestre, che avverte: «O arrivano contributi a fondo perduto o molte aziende chiuderanno»

Dal 17 marzo fino al 25 giugno scorso, le domande pervenute al Fondo di garanzia del ministero dell’Economia, così come previsto dai decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, sono state 715.776, per un importo complessivo di finanziamenti richiesti dalle imprese pari a 41 miliardi di euro. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre: «Sebbene in termini assoluti queste cifre appaiano estremamente significative, correttezza statistica suggerisce che sia preferibile ridimensionare l’entità di questo fenomeno. Infatti, se teniamo conto che i possibili fruitori di questi due provvedimenti ammontano a poco più di 5 milioni e 460mila unità, significa che a seguito delle oltre 715.700 domande presentate in questi tre mesi, solo il 13% del totale degli imprenditori e dei liberi professionisti italiani è ricorso a questi aiuti economici; l’87% non l’ha fatto».

La quasi totalità delle Pmi non ha ritenuto conveniente aumentare il proprio debito

«Di fatto, quasi nove Pmi su dieci non hanno chiesto alcun prestito», segnala il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo. «Sia chiaro: se i numeri sono così bassi la responsabilità non è delle banche e nemmeno del Fondo di garanzia, ma è riconducibile al fatto che lo strumento ha suscitato pochissimo interesse tra gli imprenditori. Certo, qualche istituto di credito non è stato particolarmente solerte nella formulazione delle istruttorie. Tuttavia, con un passivo bancario in capo a ciascuna piccola impresa che in Italia ammonta mediamente a circa 100mila euro, la quasi totalità di queste realtà produttive non ha ritenuto conveniente indebitarsi ancora di più per risolvere i propri problemi di liquidità. Segnaliamo, invece, che avrebbero bisogno di contributi a fondo perduto, che finora sono stati erogati in misura del tutto insufficiente».

Con fatturati in caduta libera in autunno molte aziende dovranno chiudere

Anche il segretario della Cgia, Renato Mason, non manca di sottolineare la necessità di sostenere economicamente le attività imprenditoriali: «In un momento di grave crisi economica come questo, non è il caso di fare polemiche, tanto meno di accusare chicchessia di inefficienza o scarsa sensibilità nei confronti delle nostre Pmi. Tuttavia, è necessario consentire alle aziende di ottenere liquidità in modo più facile, mettendo gli istituti di credito nelle condizioni di farlo. A parità di costi, o quasi, ma con fatturati in caduta libera, se nei prossimi due o tre mesi le piccole aziende non avranno a disposizione la liquidità necessaria per far fronte alle esigenze di ogni giorno, in autunno molte di queste non avranno la forza di rimanere aperte, con effetti occupazionali molto preoccupanti. Ricordo, per esempio, che nelle realtà produttive con meno di cinquanta addetti sono occupati quasi due terzi degli addetti del settore privato»

Dare liquidità a fondo perduto per evitare la deflazione

Senza liquidità, avverte sempre la Cgia, l’Italia potrebbe scivolare pericolosamente verso la deflazione. È un rischio che ha già fatto capolino nel mese di maggio, quando l’indice dei prezzi al consumo è stato del -0,2% sia su base annua che mensile. «La deflazione, ricordiamo, si manifesta con un progressivo calo dei prezzi dei beni e dei servizi. Di primo acchito la cosa parrebbe positiva: se i prezzi scendono i consumatori ci guadagnano. In realtà le cose stanno diversamente: nonostante i prezzi diminuiscano, le famiglie non acquistano, a causa delle minori disponibilità economiche e delle aspettative negative e così quel poco che viene venduto comporta margini di guadagno sempre più risicati per i venditori al dettaglio».

Erogare credito e rilanciare gli investimenti tramite opere pubbliche

«La merce, rimanendo sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine dei negozi, determina una situazione di difficoltà per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte di tanto invenduto, sono costrette a ridurre la produzione. Tutto questo inizialmente dà luogo a un aumento del ricorso alla Cassa integrazione, per poi sfociare in una forte impennata dei licenziamenti. Insomma, si crea un circolo vizioso che getta nello sconforto l’economia italiana. Per superare questa situazione, è dunque necessario iniettare elevate dosi di liquidità nel sistema economico, erogando credito alle famiglie, alle imprese e rilanciando gli investimenti, attraverso la realizzazione di quelle opere pubbliche che sono necessarie alla crescita del Paese».

 

 

Redazione Mondo Business
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