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mercoledì 4 Novembre 2020
Pmi: senza ripresa a rischio 2 milioni di posti di lavoro
Finora gli impatti del Covid sulle Pmi sono stati mitigati dalle misure di emergenza, ma senza la ripresa molte attività potrebbero chiudere o ridimensionare gli organici. Secondo il rapporto del Cerved (l'agenzia che valuta la solvibilità delle imprese), il fatturato delle Pmi è atteso in calo tra l’11% e il 16,3% e le conseguenze su occupazione e investimenti potrebbero essere rilevanti

L’emergenza sanitaria globale ha implicazioni economiche senza precedenti, sia in termini di natura che di intensità. Le conseguenze che interessano le Pmi italiane sono peculiari della pandemia e diverse dalle crisi precedenti: la chiusura forzata di molte attività, imposta dal lockdown, la ridotta mobilità delle persone, le norme di distanziamento sociale, i massicci interventi pubblici in ambito monetario e fiscale, i cambiamenti indotti nei comportamenti di persone e imprese per effetto del nuovo contesto ecc. Il rapporto Cerved “Pmi 2020” indica che la pandemia avrà effetti fortemente asimmetrici: per alcuni settori, le conseguenze saranno devastanti, mentre altri (pochi) comparti potrebbero addirittura beneficiare di questa fase.

Impatti fortemente asimmetrici tra i settori

Per evidenziare gli effetti fortemente eterogenei di questa crisi, le PMI sono state raggruppate in quattro cluster, a seconda dell’impatto atteso sui ricavi. In base al Covid-Financial Impact, 13 mila Pmi (l’8,4% del campione analizzato, che genera il 10% del fatturato), appartenenti a settori della filiera farmaceutica e settori che hanno beneficiato di questa fase particolare (come il commercio online o la distribuzione alimentare moderna), riusciranno ad accrescere i ricavi nel 2020 o a mantenerli stabili. All’estremo opposto, figurano 19mila Pmi, per le quali l’impatto del Covid risulterà molto intenso (il 12% delle società, che generano il 10% del fatturato complessivo), con ricavi attesi in calo di almeno il 25% nel 2020: sono prevalentemente società che operano nella filiera turistica, nella ristorazione, nella logistica e i trasporti, in alcuni settori industriali. Le restanti 124 mila si dividono in un gruppo con impatti moderati (58mila Pmi, con cali inferiori al 15%, che realizzano circa il 42% dei ricavi totali) e in uno con impatti alti (66mila, con una contrazione compresa tra il 15 e il 25%: il 38% dei ricavi).

Nonostante il blocco dei licenziamenti, le Pmi ridurranno i costi del lavoro

Nel complesso, i fatturati delle Pmi sono attesi in calo dell’11% nel 2020 e, di fronte all’emergenza e ai mancati ricavi, le aspettative sono di una decisa riduzione dei costi. Come già successo nel 2009, le piccole e medie imprese taglieranno i costi operativi, soprattutto acquisti di materie prime e semilavorati, riducendo in maniera significativa anche i costi per servizi. Nonostante il blocco dei licenziamenti, le Pmi ridurranno anche i costi del lavoro (-12%), sfruttando l’estensione della cassa integrazione, misura a cui hanno fatto ricorso moltissime aziende. La decisa riduzione dei costi sarà tuttavia insufficiente per evitare una nuova e brusca caduta della redditività lorda, che è attesa in contrazione del 19% tra 2019 e 2020.

Con nuovi lockdown l’impatto del Covid diventerà ancora più severo

Cerved ha simulato anche gli impatti di un secondo lockdown, che comporterà riflessi molto negativi sul sistema delle Pmi italiane. Secondo le simulazioni sui bilanci, in questo scenario più severo i ricavi delle Pmi potrebbero contrarsi in termini reali di 16,3 punti percentuali (contro gli 11 dello scenario di riferimento) e il valore aggiunto di 26,7 punti (-14,2%). La quota di Pmi a rischio insolvenza crescerebbe di altri 5 punti, arrivando al 21,4%. Il peggioramento non avrebbe effetti uniformi, ma graverebbe soprattutto sulle Pmi e sui settori con gli impatti più intensi già nello scenario base. Nei settori più colpiti dal Covid, la presenza di imprese ad alta probabilità di default potrebbe anche superare il 50%.

Nella situazione peggiore, il tasso di occupazione scenderebbe dal 44,9 al 41,4%

Un’altra simulazione, condotta su tutte le società di capitale (730mila, con una base di 10,2 milioni di occupati, pari al 42% di quelli italiani), indica che, senza le prospettive di un rapido ritorno alla crescita, le conseguenze su occupazione e investimenti potrebbero essere rilevanti. A regime, le imprese analizzate potrebbero ridurre il numero di lavoratori di 769mila unità (circa il 7,5% della base di occupati impiegata da queste imprese a fine 2019), sia a causa dell’uscita dal mercato delle società più fragili (135mila lavoratori coinvolti), sia dell’adeguamento della forza lavoro al ridotto giro d’affari (633mila addetti). Proiettando questa stima al totale delle imprese private, comprendendo quindi anche società di persone e imprese individuali, la perdita potrebbe arrivare a 1,4 milioni di lavoratori (l’8,3% del totale). Nello scenario più severo, di nuovi lockdown generalizzati, si perderebbero 1,1 milioni di posti di lavoro nelle società di capitale (-10,5%), mentre nel complesso delle società private questo numero arriverebbe a 1,9 milioni (-11,7%). In conseguenza di questi cali, il tasso di occupazione si ridurrebbe dal 44,9% al 42,5% nello scenario base, scendendo fino 41,4% in caso di nuovi lockdown.

Sono solo 14mila le Pmi con competenze digitali elevate

Il Covid-19 rappresenta un evento epocale, che cambierà molti paradigmi economici, accelerando alcuni processi già in atto e modificando i comportamenti di famiglie e imprese. Trasformazione digitale, distruzione e ricostituzione delle catene globali del valore, smart working potrebbero indurre un rapido cambiamento della struttura produttiva, con alcuni settori emergenti in espansione e altri che invece sono destinati a un inevitabile ridimensionamento. Gli incentivi non potranno prescindere dalle due direttrici previste dal Recovery Fund: digitalizzazione delle imprese e transizione verso un sistema più sostenibile. Un’analisi basata sul Cerved Growth Index – un indice che sintetizza le potenzialità di crescita delle imprese italiane, tenendo conto anche del loro grado di innovazione digitale – indica che sono solo 14mila (il 9%) le Pmi con digital capabilities elevate. Per promuovere la digitalizzazione, è necessario da un lato intervenire sugli ostacoli che anche in passato hanno frenato l’adozione delle tecnologie da parte delle imprese italiane: pratiche manageriali inadeguate, alta presenza di imprese piccole e familiari, scarso peso degli investitori istituzionali. Dall’altro, si potrebbe rafforzare il piano di Industria 4.0, che negli scorsi anni ha fortemente incentivato gli investimenti in innovazione delle imprese.

 

Redazione Mondo Business
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