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lunedì 26 Aprile 2021
Pmi: quasi il 50% degli aiuti anti-Covid non è ancora arrivato alle imprese
Anche per l’anno in corso, solo in piccola parte gli aiuti anti-Covid sono arrivati e continueranno ad arrivare direttamente sul conto corrente delle imprese. Una parte consistente, invece, verrà stanziata nel momento in cui le aziende attiveranno alcune specifiche operazioni. Tuttavia, dei 64,7 miliardi di euro di aiuti diretti messi a disposizione dai governi Conte e Draghi alle attività economiche per fronteggiare l’emergenza Covid, si stima che poco meno del 50% non sia stato ancora accreditato

Ancorché i 64,7 miliardi di euro messi a disposizione dai governi Conte e Draghi costituiscano un importo molto rilevante, solo 22,8 miliardi sono le risorse erogate a fondo perduto (pari al 35,2% del totale). Inoltre, se rapportati ai circa 350 miliardi di euro di contrazione del fatturato,  registrata dalle aziende italiane nel 2020, questi 64,7 miliardi “coprono” solo il 18,5% dei mancati incassi totali. È quanto afferma l’Ufficio studi della Cgia: «È evidente che il governo Draghi deve accelerare non solo sul fronte della vaccinazioni, ma anche sulla velocità di erogazione delle misure a sostegno delle micro imprese e dei lavoratori autonomi. Il prossimo decreto “Sostegni” sarà infatti un banco di prova importante, non solo perché la dimensione economica dovrà essere decisamente più consistente delle misure approvate precedentemente, ma anche perché le risorse dovranno arrivare nel conto corrente degli imprenditori in tempi rapidissimi».

Le micro imprese e gli autonomi potrebbero non beneficiare degli aiuti

Come sottolinea sempre la Cgia, dei 35,5 miliardi di euro di aiuti finora previsti per l’anno in corso, 6,5 consentiranno la decontribuzione Inps per le nuove assunzioni e altri 6,3 verranno erogati come credito di imposta per gli investimenti. Se aggiungiamo i 2,5 miliardi di decontribuzione Inps in capo alle partite Iva, che l’anno scorso hanno perso oltre un terzo di fatturato, questi 15,3 miliardi di euro (pari al 43% del totale aiuti riferiti al 2021), difficilmente potranno essere  appannaggio delle micro imprese e dei lavoratori autonomi, che sono state le realtà più colpite dalla crisi. «In primo luogo perché in questo momento non hanno certo la necessità di assumere, in secondo luogo perché non hanno sicuramente la liquidità per attivare nuovi investimenti; in terzo luogo, a causa dell’assenza del decreto del ministero del Lavoro, che doveva essere approvato entro i primi giorni dello scorso mese di marzo, non possono ancora  beneficiare dello sconto contributivo Inps».

Il 98% delle imprese del Paese ha meno di venti addetti

In altre parole, sottolinea la Cgia, il principale problema non sono le chiusure imposte per decreto dal nostro Governo, visto che attualmente in tutti gli altri principali Paesi europei le misure di confinamento sono più stringenti delle nostre, ma gli aiuti economici, che da noi sono arrivati in misura insufficiente e con grave ritardo. Altrove, invece, sono stati erogati tempestivamente e con dimensioni molto importanti. «Mettere in salvo le micro e piccole imprese italiane vuol dire salvaguardare una fetta importante dell’economia del nostro Paese. I numeri sono eloquenti: al netto dei dipendenti del pubblico impiego, le attività con meno di venti addetti costituiscono il 98% delle imprese presenti nel Paese e danno lavoro alla maggioranza degli italiani, vale a dire al 54,6% degli occupati. Inoltre, queste micro realtà producono il 37% del valore aggiunto nazionale annuo, punteggio non riscontrabile in nessun altro grande Paese dell’Unione europea».

Assenza di grandi imprese per incapacità di reggere la sfida della globalizzazione

«Con un’economia che si regge su imprese di piccolissima dimensione, ma con performance economiche/occupazionali da giganti, la competitività del nostro Paese risente soprattutto dell’assenza delle grandi imprese. Da molti decenni, infatti, queste ultime sono scomparse, non certo per l’eccessiva numerosità delle piccole realtà produttive presenti in Italia, ma a causa dell’incapacità dei grandi player, prevalentemente di natura pubblica, di reggere la sfida lanciata dalla globalizzazione. Fino al 1985, infatti, l’Italia era tra i leader mondiali nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica e nella farmaceutica. Grazie al ruolo e al peso di molte grandi imprese pubbliche e private (Montedison, Montefibre, Pirelli, Italsider, Alumix, Olivetti, Angelini, ecc.), l’economia del Paese ruotava attorno a questi comparti. A distanza di oltre 35 anni, invece, abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti questi settori. E ciò è avvenuto non a causa di un destino cinico e baro, ma a seguito di una selezione che le ha relegate fuori mercato».

Redazione Mondo Business
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