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mercoledì 20 Maggio 2020
Per l’Italia si aprono opportunità interessanti
Nella seconda parte della nostra intervista, Lorenzo Tavazzi, del think tank The European House – Ambrosetti, indica i gravi ritardi che sconta il nostro Paese, ma presto potrebbero presentarsi occasioni per un suo ruolo significativo in un mercato meno globale
Lorenzo Tavazzi

Sempre in materia di aiuti europei, in questi giorni si sta affrontando il tema di un fondo ad hoc, il Recovery Fund, ma per il momento non c’è ancora nulla di definitivo. Cosa ne pensa invece del passo in avanti sul tema del welfare, attraverso lo strumento “Sure”? «Trovo che si tratti di una svolta epocale, perché effettivamente un intervento di questo tipo sul welfare europeo non si era mai verificato finora e, d’altra parte, una polarizzazione sociale così accentuata come quella di oggi dimostra la sua necessità. È stato un bene anche l’aver sospeso il Patto di stabilità e crescita, pur sapendo, però, che appunto di una  sospensione si tratta, laddove invece il discorso aperto sul fondo è molto importante, perché può rivelarsi un canale significativo attraverso cui passare per un intervento a favore della ripresa economica, ma occorre crederci davvero, dando prova di intelligenza politica nella trattativa che si sta svolgendo in queste ore, ovvero sapendo trasmettere il messaggio che un fondo come quello in questione non sarebbe di esclusivo interesse italiano, bensì europeo».

Come giudica il fatto che all’interno del dibattito pubblico sia riemersa con favore la visione di uno Stato più interventista in economia? Ritiene che possa essere una soluzione per fronteggiare le difficoltà attuali? «Mi lasci dire che lo Stato imprenditore non tornerà più. È cambiata la società ed è cambiato il mondo. Il mio giudizio in merito è piuttosto netto: proporre modelli appartenenti al passato è fallimentare. Ciò non significa, però, che lo Stato si debba chiamare fuori dalla partita. Lo Stato, infatti, deve svolgere un ruolo di garanzia per la tenuta sociale del Paese; occorre quindi un’integrazione corretta ed efficace tra pubblico e privato. Alcuni grandi ambiti competono specificamente allo Stato: penso agli investimenti nella sanità (non per forza pubblica), per esempio nella ricerca di base, che comporterebbero ricadute positive a cascata; per non parlare delle infrastrutture: l’Italia cadeva a pezzi ben prima del coronavirus. Fondamentale è anche il tema della formazione, tanto scolastica quanto intesa come aggiornamento continuo delle competenze professionali; qui, l’Italia sconta un ritardo enorme nei confronti di altri Paesi. Rispetto alla media europea, il nostro impegno su questo capitolo è di appena un terzo circa, quando invece il bagaglio di esperienze professionali di un lavoratore non dura più di cinque anni. Ci sono, dunque, una serie di ambiti, come dicevo, in cui lo Stato deve esercitare un ruolo; negli altri il suo dovere è garantire un equilibrio come arbitro».

Quale insegnamento possiamo trarre da questa emergenza? La necessità di un nuovo tipo di globalizzazione? «Spero che questa crisi ci insegni che una situazione come quella che stiamo vivendo potrà ricapitare nel futuro, in quanto la variabile sanitaria in un mondo sempre più interconnesso rappresenta un rischio concreto. Eventi di questo genere tendono infatti a ripetersi ogni dieci anni, forse meno, e di fronte a ciò anche le aziende devono adeguare la propria strategia. L’espressione “niente sarà più come prima” non mi convince, ma teniamo presente che il mondo stava già cambiando prima del coronavirus: sono ormai due anni che la globalizzazione segna il passo e si sta avviando al termine. Le guerre tecnologiche e commerciali in atto sono il segnale della separazione del mondo in due grandi aree di influenza e dell’emergere di mercati macroregionali; il concetto di “fabbrica mondo” è finito e le catene del valore si stanno riorganizzando di conseguenza.

Questo cosa può significare per l’Italia? «Per il nostro Paese si aprono delle opportunità: pensiamo solo al mercato unico europeo, che è il più ricco del mondo ed è fondamentale per l’export dei nostri prodotti. L’Italia si colloca nel mercato del mid-tech, dove risente della concorrenza dei produttori a basso costo e quindi potrà cercare di coprire i “buchi” lasciati scoperti da quei competitori internazionali magari non più in grado di accedere alle catene del valore, visto che queste ultime tenderanno a essere più di prossimità e il fattore rischio rivestirà una maggiore importanza rispetto a soluzioni a basso costo. Bisogna, però, farsi trovare pronti e saper cogliere le occasioni che si presentano».

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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