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giovedì 13 Maggio 2021
Ogni anno spendiamo quattro volte l’ammontare del Recovery fund
Al netto degli interessi sul debito, l’anno scorso la spesa pubblica del nostro Paese è stata pari a quasi 890 miliardi di euro: un importo oltre quattro volte superiore a quanto saremo chiamati a spendere nei prossimi cinque anni con i soldi messi a disposizione dall’Unione europea tramite il Recovery fund che, ricordiamo, ammontano a 191,5 miliardi di euro

Intendiamoci, ci tiene a precisare l’Ufficio studi della Cgia, nessuno mette in discussione l’importanza e l’utilità delle risorse europee che saremo chiamati a investire nei prossimi anni. Ci mancherebbe altro.  Tuttavia, vorremmo che il dibattito che si è aperto in questi ultimi mesi nel Paese sulla necessità di spendere bene e presto queste risorse fosse applicato sempre; visto che, solo nell’ultimo anno, le uscite pubbliche hanno sfiorato gli 890 miliardi di euro. Una spesa, quella pubblica, che per il 90% circa è di parte corrente e viene utilizzata, in particolar modo, per liquidare gli stipendi dei dipendenti del pubblico impiego, per consentire i consumi della macchina pubblica e per pagare le prestazioni sociali.

Nel 2026 Pil più alto del 3,6%, rispetto all’assenza di investimenti

«Affidare tutte le nostre aspettative di crescita alla “riuscita” del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è una cosa estremamente giusta e doverosa; è comunque altrettanto determinante che il governo Draghi intensifichi l’attenzione anche su come vengono impiegati ogni anno questi 890 miliardi di euro e attivi un sistema di monitoraggio  più attento e oculato, in misura più incisiva di quanto è stato fatto finora. Il nostro Pnrr è costituito da  235,6 miliardi di euro, di cui 191,5 riconducibili al Recovery fund; 30,6 a un fondo complementare e gli altri 13,5 miliardi di euro al React-Eu. Di questi 235,6 miliardi complessivi, 52,6 verranno investiti per “progetti in essere”, ovvero già previsti, mentre i restanti 183 andranno a finanziare “nuovi progetti”. Pertanto, nel 2026, anno in cui si concluderà l’azione del Piano, la crescita del Pil dovrebbe essere più alta di 3,6 punti percentuali, rispetto allo scenario che si verificherebbe senza l’effetto degli investimenti aggiuntivi».

I tre scenari di crescita ipotizzati dal Pnrr

Una previsione, quest’ultima, che viene prefigurata nello scenario ottimale, ovvero in cui gli investimenti vengano spesi in maniera efficiente, dove le condizioni monetarie siano favorevoli e non vi siano ripercussioni negative sul premio del rischio sovrano. Condizioni che, ovviamente, nessuno può confermarci che si verificheranno, sottolineano dalla Cgia. Se, rispetto a quanto riportato, il quadro generale fosse meno ottimistico, il nostro Pnrr ipotizza altri due scenari: uno medio, con una crescita del Pil del 2,7%,e uno basso, con un incremento dell’1,8%. Analizzando solo lo scenario ottimale, a fronte di 183 miliardi di investimenti, nel 2026 avremo un aumento strutturale del Pil di poco inferiore ai 70 miliardi, determinando un moltiplicatore del Pil pari a 1,2. Un risultato non particolarmente esaltante, segnala l’Ufficio studi della Cgia, se si tiene conto che, secondo uno studio della Banca d’Italia, la realizzazione delle opere pubbliche può avere ripercussioni importanti sulla crescita economica di un Paese, qualora il moltiplicatore della spesa pubblica per investimenti sia compreso tra l’1 e il 2.

Il primato italiano nelle previsioni macroeconomiche sbagliate

«È vero che l’1,2% previsto dal governo Draghi nel Pnrr ricadrebbe nella forchetta indicata dalla Banca d’Italia», commenta la Cgia, «ma è altrettanto vero che raggiungeremo questo obiettivo solo se tutto andrà per il verso giusto; cosa che molti osservatori dubitano, vista la cronica inefficienza che caratterizza buona parte della nostra Pubblica amministrazione; la mole di burocrazia che attanaglia il paese; l’incapacità storica di spendere tutti i fondi europei  e i tempi di realizzazione delle opere pubbliche italiane, che presentano dei ritardi senza eguali nel resto d’Europa. Va ricordato, inoltre, che l’Italia  non desta un’elevata affidabilità in materia di previsioni macroeconomiche. I dati dello European Fiscal Board (organo consultivo indipendente della Commissione europea) sono infatti impietosi: tra il 2013 e il 2019, siamo il Paese che ha “sbagliato” di più. Un’altra ragione per dubitare che saremo in grado di raggiungere la crescita del Pil del 3,6% e, conseguentemente, disporre di un moltiplicatore dell’1,2.

750mila posti di lavoro in più, contro i 900mila già persi

«Anche sul fronte occupazionale gli effetti del Pnrr non saranno particolarmente entusiasmanti. Grazie ai 235,6 miliardi di investimenti, nel 2024-2026 l’occupazione in Italia è destinata  ad aumentare di 3,2 punti percentuali, che in termini assoluti equivalgono a 750mila addetti. Una cifra sicuramente importante, anche se va tenuto conto che solo nel primo anno della pandemia abbiamo perso 900mila posti di lavoro, nonostante sia in vigore per legge il blocco dei licenziamenti. Non osiamo pensare cosa succederà prossimamente, quando quasi sicuramente questa misura verrà eliminata. Infine, oltre ad avere una spesa pubblica spesso intrisa di sprechi e di sperperi, l’Italia ha un triste primato europeo: facciamo estremamente fatica a elaborare delle previsioni di crescita economica attendibili. Rispetto ai Paesi dell’area euro, l’Italia presenta il risultato più critico: le previsioni di crescita sono risultate essere alte in tutti e sette gli anni presi in esame (2013-2019). Dopo l’Italia, si posizionano cinque Paesi, che hanno stimato previsioni più elevate in cinque anni su sette: Belgio, Spagna, Francia, Lettonia e Slovacchia».

Redazione Mondo Business
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