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martedì 28 Aprile 2020
Mingardi: «La crisi nasce dal fallimento degli Stati»
Nella seconda parte dell'intervista, Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, individua le radici della debolezza del nostro Paese nella rilevanza eccessiva del settore pubblico. Altro che "più Stato"
Alberto Mingardi

In Italia, c’è chi auspica il ritorno a uno Stato più interventista in ambito economico. Per esempio, il ministro allo Sviluppo economico ha rievocato l’importanza di una nuova Iri. Che cosa pensa al riguardo? Si potrebbe pensare a una correzione delle ricette in auge in Unione europea, tacciate di ordoliberismo (dottrina economica in cui lo Stato si limita al ruolo di regolatore del mercato ndr), senza per questo sostituirle con un ritorno al dirigismo statalista? «In Europa non sono in auge ricette ordoliberiste, purtroppo. L’Unione europea è fautrice di grandi investimenti “keynesiani” alla Green new deal; ha promosso il piano Juncker; auspica l’armonizzazione fiscale; usa a singhiozzo le regole delle concorrenza anche per sostenere alcuni campioni nazionali ed è responsabile di gran parte della nostra legislazione, che è tutto fuorché permissiva nei confronti di mercato e imprese. In questo non c’è nulla di ordoliberista. Molto semplicemente l’Unione europea è un club e un club ha delle regole. Queste regole di bilancio sarebbero state importantissime per mettere un po’ d’ordine in casa nostra, ma siccome l’Unione è sostanzialmente un cartello di Governi va sempre a finire che cane non mangia cane: così, le regole vengono continuamente interpretate sulla base di accordi politici. Mi chiedo anche una cosa». Prego. «Quali sarebbero gli obiettivi di una maggiore presenza dello Stato nell’economia? Quali sono le autostrade del Sole degli anni Venti del 2000? La realtà è che siamo in una crisi che nasce da un fallimento degli Stati: il fallimento dei sistemi sanitari pubblici e il fallimento delle strutture di sanità pubblica nel prevenire e affrontare il rischio pandemico. Non c’è nessuna correlazione fra vastità degli apparati statali e buona capacità di risposta alla pandemia. I Paesi che hanno reagito meglio sono stati quelli del Far East, che hanno una spesa pubblica che pesa fra il 20 e il 30% del Pil. Lo Stato europeo che sta reagendo meglio è la Germania, dove meno del 30% degli ospedali è di proprietà dello Stato».

Quali sono le riforme strutturali di cui il nostro Paese avrebbe bisogno, una volta terminata questa emergenza? «Le riforme strutturali sono un catalogo noto: revisione del perimetro pubblico e semplificazione burocratica e amministrativa. Soprattutto, se decidiamo di avere un sistema sanitario un po’ più “ridondante”, in vista di possibili altre pandemie, si imporranno scelte nell’allocazione delle risorse pubbliche; il welfare italiano è oggi molto sbilanciato sulla previdenza. In realtà è molto improbabile che queste riforme abbiano luogo; una politica debole non riesce a farle e va alla deriva spinta dal vento del consenso. Speriamo in un minimo di ragionevolezza, almeno per tamponare le conseguenze della pandemia. Per esempio, cercando strumenti come la generalizzazione del meccanismo di interpello, per ovviare alle complessità burocratico-amministrative». In che modo? «Ciascuna impresa che voglia intraprendere una propria attività o modificare il proprio stabilimento o comunque che abbia bisogno di un permesso, un’autorizzazione, una certificazione, un qualunque atto amministrativo, esponga il proprio problema e la propria ipotesi di soluzione; l’amministrazione interessata avrà trenta giorni per rispondere sì o per fornire un no motivato. In assenza di risposta, il comportamento sottoposto con l’interpello dall’impresa si considera lecito. Né l’impresa deve farsi carico della individuazione dell’amministrazione competente: invia il proprio interpello a un ufficio pubblico che svolge la funzione di smistamento tra le amministrazioni interessate».

Che cosa ritiene ci possa insegnare questa crisi? L’esigenza di un nuovo modello di globalizzazione più incentrato sulle esigenze dell’economia reale? E quindi, per esempio, con catene di produzione più corte, perlomeno europee? «Non sappiamo come uscirà il mondo da questa crisi. Noi oggi abbiamo filiere produttive molto efficienti, che sono tali esattamente perché si sviluppano in Paesi differenti. È possibile che, per alcuni settori, la reazione sia quella di sviluppare catene più corte; nel breve periodo, però, questo sarà controproducente. La più efficiente misura anti-crisi sarebbe l’azzeramento di ogni barriera doganale, per consentire alle imprese di perdere il meno possibile i rapporti di clientela che hanno con fornitori e clienti esteri. Credo che la globalizzazione ne risentirà molto, quanto a mobilità delle persone, e un’ovvia reazione dei Governi sarà quella di limitare le migrazioni; ma saranno le persone stesse a non voler viaggiare. Questo è un punto che si dimentica sempre: la gente ragiona di scenari come se dipendessero da forze storiche. In realtà, come sempre, dipenderà tutto da ciò che effettivamente desiderano i consumatori; dalle scelte che faranno le persone; dal modo in cui reagiranno a una vita in cui c’è un rischio in più. Sono loro che determineranno come e quando si riaprirà e anche il destino della globalizzazione».

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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