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lunedì 27 Aprile 2020
Mingardi: «Il Governo sta perdendo tempo»
Il direttore dell'Istituto Bruno Leoni, Alberto Mingardi, invita l'Esecutivo a fare meno promesse e a calibrare gli interventi. Quanto all'Europa, un sì convinto al Mes
Alberto Mingardi

Tra i principali centri di ricerca italiani, quelli che in inglese vengono definiti  think tank, figura l’Istituto Bruno Leoni. Fin dalla sua nascita, nel 2003, l’Istituto si è posto l’obiettivo di promuovere idee per il libero mercato, perché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, valori ritenuti fondamentali per una società davvero prospera. In questo periodo di emergenza e in vista della crisi economica e sociale che già si annuncia rilevante, che cosa ne pensa il Bruno Leoni delle misure varate dal nostro Governo e di quelle in discussione in sede europea? Ne abbiamo parlato col suo direttore generale, Alberto Mingardi.

Ad oggi, molte imprese, soprattutto le più piccole, hanno difficoltà ad accedere ai finanziamenti, per quanto garantiti, e ci sono lentezze nell’erogazione della Cassa integrazione, così come è stato per altri indennizzi. È solo questione di lacci burocratici? L’impressione è che in realtà ci sia poco carburante per far ripartire la macchina Italia. «L’Italia colpita dalla crisi è una specie di malato con molte patologie pregresse. Le previsioni di crescita, per il 2020, erano misere prima del Covid-19 e le nostre finanze pubbliche in una situazione precaria. La pandemia è stata affrontata, come probabilmente era inevitabile, con un lockdown, che significa il blocco delle attività produttive. Ciò comporta il fatto che a venire a mancare sono in primo luogo le entrate per lo Stato. In una situazione come questa andrebbero calibrati molto bene gli interventi. Invece, per ora, abbiamo sentito fare tante promesse e assistito a una vera e propria gara, fra maggioranza e opposizione, a chi immagina le spese più grosse. Le priorità dovrebbero essere tre: attrezzare l’infrastruttura per resistere alla seconda ondata; fare di tutto per comprare tempo all’economia privata sconvolta dal lockdown e immaginare sistemi per ripartire. Invece si perde tempo, immaginando che i quattrini in arrivo dall’Europa risolvano tutti i problemi». Ora si torna a parlare anche di patrimoniale. Qual è il suo parere in merito? «Una patrimoniale sembrerebbe un classico caso di oltre il danno la beffa, vista la situazione in cui versano professionisti e imprese, ma è indubbiamente coerente con l’ideologia della maggioranza di Governo e con l’idea che non si possa “sprecare una buona crisi”, ovvero che ogni crisi vada usata per indebolire il sistema capitalistico. Non è troppo diverso da quanto pensano in molti».

A proposito di Europa, pensa che le misure in discussione a livello europeo siano soddisfacenti, comparate con quanto deciso a livello di singoli Paesi membri, come la Germania, o con quanto adottato negli Usa? Considerando in particolare alcuni aspetti: che allo stato attuale non si parla di un solo intervento a fondo perduto ma unicamente di prestiti e che le risorse complessive che spetterebbero all’Italia ammontano a circa 80-90 miliardi di euro (a fronte di necessità molto più rilevanti). «Le misure prese a livello europeo sono estremamente rilevanti. Il ricorso al Mes, per esempio, consentirebbe all’Italia di indebitarsi a tasso decisamente più basso di quanto invece non capiterebbe sul mercato e che quei 37/38 miliardi debbano essere usati per contrastare direttamente le conseguenze della pandemia è un’ottima cosa, tranne per chi preferisce l’ipotesi di buttarli via in altre operazioni stile Alitalia. Francamente non capisco davvero sulla base di quale principio dovrebbero arrivare interventi a fondo perduto. Tutti gli Stati, in un momento come questo, ricorreranno al debito: faranno pagare gli interventi di oggi alle generazioni future, sperando che ciò si giustifichi in ragione di iniziative che consentono di tornare in una situazione economica più solida e, quindi, di fare l’interesse delle generazioni future stesse. La differenza sta nel costo dell’indebitarsi». E a noi può costare molto. «Certo, perché abbiamo un rapporto debito/Pil molto alto, bassa crescita e spesa pubblica inefficiente: tutto questo, però, ben prima del Covid-19. L’Unione europea ha già fatto passi importanti: ha attivato la clausola d’emergenza del patto di stabilità e creato un fondo per la disoccupazione, ma di per sé ha una ridotta capacità fiscale, circa l’1% del Pil dell’eurozona. Il complesso delle istituzioni europee ha meno dipendenti del comune di Roma. È difficile pretendere che faccia di più».

Quanto all’emissione di bond comunitari? Non sarebbe la soluzione più conveniente per il nostro Paese? «Chi parla di Eurobond fa riferimento a titoli che per essere emessi richiederebbero, necessariamente, una centralizzazione delle finanze pubbliche a livello europeo, attraverso innovazioni istituzionali come un unico ministro delle Finanze europeo; che sia giusto o sbagliato, non risolve i problemi di oggi. Quanto ai conti, come ha scritto Nicola Rossi, se pensiamo al debito in scadenza possiamo immaginare che dovremo collocare nel corso dell’anno qualcosa di non molto distante da 450 miliardi di euro di nuovo debito, di cui la Bce finirebbe per comprare circa la metà (un aiuto più rilevante di qualsiasi altro). Una trentina di miliardi ci arriverebbero dal programma Sure e dalla Bei e, se prevale il buon senso, poco meno di 40 dal Mes. Dover ricorrere al mercato per la parte rimanente significa fare persino meno di quel che avremmo fatto anche in assenza della pandemia».

(Fine prima parte)

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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