PRIMO PIANO
mercoledì 3 Giugno 2020
Lo Stato non potrà mai avere il dna dell’imprenditore
In questa seconda parte dell'intervista con Mondo Business sull'emergenza economica, Carlotta de Franceschi, presidente del think tank Action Institute, si augura che il Governo colga l'occasione per modernizzare il Paese e riguardo alle imprese, sostiene: «Non si possono salvare le Pmi se non si aiutano le grandi aziende»
Carlotta de Franceschi

«Quello che stiamo vivendo è un momento molto particolare e l’Italia soffrirà più di altri Paesi, a causa della sua struttura economica e giuridica, frutto di scelte politiche infelici succedutesi nel tempo. Come mai abbiamo accumulato un debito pubblico tale da non poterci permettere lo spazio fiscale necessario? Perché, nonostante il 2008, non abbiamo lavorato sulla crescita dimensionale delle imprese e continuiamo a sperare che le banche possano farsi carico di un intero sistema? Glielo chiedo in quanto spererei che questo momento servisse ai cittadini per convincersi che, superata la pandemia, avremo bisogno di grandi riforme e di modernizzare il Paese». Mettendo mano alla burocrazia? «Non solo: anche la mancanza di certezza nel diritto e nel sistema fiscale, così come la tutela incerta della proprietà privata, disincentivano gli investimenti e non possiamo più permettercelo, perché il capitale è libero di circolare e andrà a stabilirsi in quei Paesi che offrono condizioni più favorevoli delle nostre».

Che cosa ne pensa dell’idea di uno Stato più interventista in materia economica? Una teoria che sembra riconquistare terreno, a causa della crisi generata dall’epidemia da coronavirus. «Bisogna assolutamente resistere alla tentazione dello Stato di espandersi ulteriormente. Il “Grande Funzionario di Stato” non potrà mai avere il dna dell’imprenditore o dell’industriale e il suo compito è preoccuparsi di tutelare beni “pubblici” come il diritto alla salute, disegnare delle politiche sagge e far funzionare bene la macchina dello Stato. In Italia le imprese sono molto piccole, bisognerebbe dunque che lo Stato aiutasse quelle più grandi e che queste in cambio sostenessero le intere filiere, altrimenti le piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del Paese, verranno spazzate via».

È d’accordo con l’erogazione di contributi a fondo perduto, considerata la difficoltà oggettiva del far arrivare la liquidità necessaria alle imprese tramite il sistema bancario? «Non sono contraria alla concessione di grants da parte dello Stato, tuttavia penso che dovrebbero essere concesse a quegli imprenditori che per primi hanno creduto nella loro impresa. Negli ultimi tre anni hai reinvestito una quota sostanziale dei tuoi utili in azienda o l’hai ricapitalizzata dopo il 2008 o ancora la tua è un’azienda ad alta crescita? Allora è giusto che lo Stato ti aiuti, senza pretendere poi di avere voce in capitolo nella gestione dell’attività imprenditoriale».

Questa crisi sembra aver inferto un ulteriore colpo alla globalizzazione, facendo emergere la necessità di una catena di approvvigionamento più corta, quantomeno per le filiere più strategiche. Qual è la sua posizione in merito? «La discussione sulla globalizzazione è confusa, perché viene spesso strumentalizzata. Si tratta di un trend difficilmente reversibile, ma una forza “contrastante” che lo andrà a modificare sarà quella dell’automazione, che consentirà di riportare in Europa e Stati Uniti produzioni che erano state trasferite in Asia. A quel  punto, forse, diremo che non è più colpa della globalizzazione ma che sono i robot a portarci via il lavoro, senza pensare  che sia la globalizzazione che i robot hanno dato a tutti noi la possibilità di permetterci dei beni a un costo prima insostenibile. Un discorso diverso è quello che riguarda la salute».

In che senso? «La salute dovrebbe essere considerata strategica,  come e più della difesa. Le gare di appalto dei sistemi sanitari in Europa sono state da anni al ribasso  ed è così che ci siamo trovati senza mascherine, ventilatori e reagenti. Per il futuro bisognerebbe lasciare almeno una fetta degli appalti per materiale sanitario ad aziende domestiche e/o europee, indipendentemente dal prezzo di vendita, così che si possa sostenere un’industria locale. In  questo modo, in caso di pandemia, non saremo dipendenti da altri Paesi, che ovviamente mettono al  primo posto la salute dei propri cittadini».

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
RICHIEDI
LA TUA COPIA
GRATUITA
RICEVILA ADESSO