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mercoledì 27 Maggio 2020
L’Italia, una democrazia che muore di burocrazia
La prima Instant Survey condotta da Aibe e Censis nasce per sondare l’opinione degli operatori internazionali sulle misure economiche prese dal Governo a seguito della pandemia e per confrontarsi sulle prospettive per l’Italia

Per certi aspetti, la domanda rivolta da Aibe – Associazione italiana delle banche estere – e Censis – istituto di ricerca socio-economica -, al panel internazionale composto da società finanziarie, fondi di investimento e imprese multinazionali, può essere considerata al pari di un giudizio complessivo sulla tenuta del sistema Italia di fronte alla crisi. Il 38,8% delle risposte prospetta un moderato deflusso di capitali, in attesa di una ripresa delle attività nel corso del 2020. A seguire, circa un terzo delle risposte (32,7%) ritiene invece plausibile il verificarsi di un altrettanto moderato afflusso di risorse verso quei settori per i quali proprio la pandemia ha determinato un aumento della domanda: su tutti, la filiera farmaceutica-medicale e quella alimentare, nei confronti delle quali si sta osservando un oggettivo orientamento della domanda interna. In generale, l’area della sfiducia sulla tenuta del sistema economico italiano e sulle possibilità di recupero a medio termine della sua forza produttiva è circoscritta al 16,2% delle risposte.

La maggioranza degli intervistati considera utili gli Eurobond

Fra le diverse misure proposte dall’Ue e sottoposte al panel, l’eventualità di emettere obbligazioni comunitarie per sostenere l’impatto del Covid-19 e per avviare la ripresa dell’Unione ha stimolato un esteso dibattito. Le posizioni a favore e contro hanno riproposto anche in questo caso una divaricazione fra i Paesi del Nord Europa – in particolare i Paesi Bassi e la Germania –, che hanno ostacolato il varo di questa misura, e i Paesi del Sud Europa, con Italia e Spagna in prima fila, ma supportate, in maniera decisa questa volta, anche dalla Francia. Il 58% dei componenti del panel considera utili gli Eurobond, con la condivisione del debito pubblico, ma segnala anche la necessità che questo strumento sia affiancato da altri dispositivi. Da una lettura trasversale delle risposte, emerge comunque un’apertura, seppure condizionata, all’utilizzo dello strumento, mentre l’area dell’esclusione a priori degli Eurobond resta piuttosto circoscritta.

Discreto grado di fiducia verso il Mes e la Banca europea degli investimenti

Un discreto grado di fiducia per sostenere la fase di ripresa in Europa è invece assegnato al Mes, anche questo oggetto di un intenso dibattito fra i Paesi membri, ma soprattutto in Italia, a causa delle condizionalità con cui questo strumento è stato impiegato in alcuni Paesi per ripristinare la stabilità finanziaria dopo la crisi del 2008. Il 34,7% delle risposte considera utile il ricorso al Mes, mentre circa un terzo del panel richiama l’attenzione alle potenzialità di intervento che sono conferite alla Banca Europea degli Investimenti. Poco meno di un quarto delle risposte considera importante estendere l’intervento della Banca Centrale Europea nell’acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi – dando così non solo continuità, ma anche una direzione più decisa al quantitative easing esercitato dalla Banca in questi anni – mentre solo 10 risposte su 100 considerano utile ricorrere alla cancellazione di parte del debito detenuta dalla Banca Centrale.

La crisi ha messo in luce la fragilità del funzionamento dello Stato

«Nonostante la forte esposizione dell’Italia al contagio e la rigida configurazione del lockdown, gli osservatori e operatori internazionali hanno evitato valutazioni drastiche sulla possibilità di ripresa dell’Italia», ha detto Guido Rosa, presidente di Aibe. «Non c’è una sfiducia di fondo, ma prevale una sospensione del giudizio, a fronte di un contesto difficile da prevedere e da interpretare con chiarezza. Se ne ricava una valutazione senza eccessivi allarmismi, ma lontana dall’elargire facili rassicurazioni. Detto questo, la situazione economico-politica merita, a mio avviso, alcune riflessioni: innanzitutto, la crisi ha messo in evidenza la fragilità del funzionamento istituzionale dello Stato, sottolineando una marcata conflittualità e concorrenzialità tra i diversi livelli di governo. Questo non è un messaggio positivo per gli investitori esteri, che stanno osservando con particolare attenzione l’evolversi del contesto economico e politico del nostro Paese.

Sì agli aiuti europei ma all’Italia occorrono riforme strutturali

«Dalla crisi non si esce attraverso proclami e prese di posizione ideologiche, ma serve un’azione congiunta di diversi strumenti, tra cui certamente un Recovery fund finanziato con risorse comuni e con trasferimenti diretti, ma anche con prestiti a tasso agevolato (attraverso il Mes nella nuova versione proposta dalla Commissione). È impensabile fare a meno di tutti gli strumenti disponibili solo per una questione di opportunità politica, anche perché il rischio, sempre attuale, è che la crisi reale dell’economia possa riflettersi sulla fiducia dei mercati. Detto questo, occorre anche sottolineare che gli aiuti europei non sono sostituivi della necessità di iniziare un periodo di riforme strutturali (burocrazia, fisco, giustizia, semplificazione e chiarezza legislativa, come anche evidenziato nella ricerca Aibe Index del 2019). Il fatto che la Commissione europea abbia accennato alla necessità di riforme per chi chiederà aiuto finanziario, non deve essere vista come una imposizione ma come una opportunità; l’Italia rischia di diventare una democrazia che muore di burocrazia».

Rivedere le regole della concorrenza per competere nel mondo

«I corsi di borsa particolarmente depressi, uniti alle difficoltà economiche di molte aziende, potrebbero portare ad accelerare i processi di acquisizione da parte di operatori internazionali. Se è comprensibile che il Governo utilizzi lo strumento della golden rule per preservare le aziende a valenza strategica, dobbiamo anche ricordare che viviamo in un mondo globalizzato, per cui non ha senso dire che il capitale straniero, tout court, non va bene, soprattutto se è di origine europea. A mio avviso, è invece ora di rivedere le regole di concorrenza europee per consentire la nascita e la proliferazione di campioni continentali in grado di competere con i colossi statunitensi e cinesi. Piccolo non è più sinonimo di bello, né in Italia né in Europa».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione Mondo Business
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