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lunedì 7 Settembre 2020
L’Italia, il Paese più “analogico” d’Europa
Quale ruolo rivestiranno lo smart working e le nuove tecnologie digitali nel mondo del lavoro post-Covid? E, ancora, quello in vigore nei mesi del lockdown è stato vero smart working? Lo abbiamo chiesto a Diego Zarneri, ceo di LimesFarm e segretario del Forum Economia e Innovazione
Diego Zarneri

Quali prospettive si aprono per il nostro Paese, in seguito alla crisi in atto?

«Stiamo affrontando una crisi economica senza precedenti, che trascinerà il Pil del nostro Paese verso il basso con una perdita che gli analisti stimano intorno al 10%. Dovremo aspettare la fine del 2021 per ritornare agli stessi livelli di attività economica degli inizi del 2019. Uno scenario economico-politico molto negativo, dunque, ma che porta con sé profonde trasformazioni: una nuova sensibilità verso l’innovazione e la tecnologia, la ricerca di modelli sostenibili e un ambientalismo rinnovato e inedite forme di consumo e di socialità».

In questi mesi abbiamo sentito parlare molto di smart working, come “eredità positiva” dell’emergenza sanitaria. Quale ruolo può rivestire nel nuovo mondo del lavoro post-Covid?

«Lo smart working è stata la risposta più immediata al lockdown: molte aziende, per garantire la continuità produttiva ed evitare la sospensione delle l’attività, hanno sperimentato modalità operative da remoto. Ma siamo davvero sicuri che si tratti di vero smart working? Credo che l’epidemia abbia permesso a molte realtà produttive di avvicinarsi a un mondo che, però, è ancora tutto da scoprire. Lo smart working non è “lavoro da casa” e nemmeno è semplicemente una moda: è invece un modello, che rafforza la collaborazione e la condivisione degli spazi digitali tra colleghi, favorisce la creatività delle persone e stimola nuove idee per il business».

Come definirebbe quindi il vero smart working?

«Il vero smart working non è un mero cambiamento tecnologico, ma una rivoluzione culturale manageriale, che concede elasticità e autonomia in cambio di una maggiore responsabilizzazione del lavoratore: un radicale cambiamento del sistema di valutazione del lavoro, non più basato sulla presenza fisica ma sui risultati. Non è più solo uno strumento di work-life balance e welfare aziendale, ma un asset strategico di digital business transformation, fondato su dettami di personalizzazione, flessibilità e virtualità, per ripensare la progettazione del lavoro e far fronte alle congiunture e alle sfide del futuro. È questo lo smart working che può fare bene alla nostra economia anche dopo l’emergenza, come nuova opportunità per le aziende italiane che vogliono ottimizzare le risorse, abbattere delle spese, sviluppare nuovi servizi da vendere ai clienti, grazie a una forma di lavoro agile, flessibile, capace di adattarsi alle necessità e alle idee. Allo stesso tempo, può far bene ai lavoratori, che potranno riprendersi spazi e tempi che prima erano un miraggio e imparare a lavorare al raggiungimento di un obiettivo, invece che attendere la fine della giornata».

Qual è lo stato dell’arte in Italia a livello di innovazione tecnologica, rispetto alla concorrenza degli altri Paesi?

«Innanzitutto, bisogna premettere che la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nella corretta diffusione dello smart working, perché permette di connettere persone e spazi al proprio business, di aumentare la produttività e di coinvolgere i diversi gruppi di lavoro. In questo senso, l’emergenza Covid ha evidenziato ancora di più le debolezze che caratterizzano il mondo delle imprese in Italia, per quanto riguarda la dotazione digitale. Gran parte del nostro tessuto economico, composto da micro, piccole e medie imprese, deve ancora fare il salto digitale. L’Italia, infatti, si trova al venticinquesimo posto del “Digital economy and society index” (Indice che misura la digitalizzazione dei Paesi europei, dominato dai Paesi del Nord) e ha addirittura perso due posizioni rispetto allo scorso anno. Anche se l’indice si riferisce alla situazione pre-pandemia, ci restituisce un’immagine dell’Italia agli ultimi posti per utilizzo di internet e per servizi pubblici digitali, con un capitale umano che è il “più analogico d’Europa”. È da qui che dobbiamo ripartire, trasformando l’accelerata anti-Covid nella fondamentale ripartenza digitale del nostro Paese».

Secondo la sua previsione si tenderà col tempo a tornare allo status quo precedente oppure i nostri paradigmi sono destinati a cambiare? In altre parole, davvero niente sarà più come prima?

«In Italia, dopo il lockdown, molte imprese hanno continuato ad adottare lo smart working come metodo di lavoro, mentre altre sono tornate pian piano alla normalità, applicando nuove regole e dispositivi di sicurezza. Tuttavia, la sperimentazione dello smart working ha permesso di toccare con mano i benefici economico-sociali dell’adozione di modelli del lavoro agile, come l’incremento di produttività, la riduzione del tasso di assenteismo, i risparmi sui costi di gestione degli spazi fisici e un miglioramento dell’equilibrio fra lavoro e vita privata dei lavoratori. I paradigmi classici dell’organizzazione delle imprese sono stati superati da una nuova filosofia e da qui non si torna indietro, ma vinceremo la sfida solo se l’home working di questi mesi diverrà davvero smart working. Dietro l’angolo, ci attende la Quarta rivoluzione industriale, con la crescente compenetrazione tra mondo fisico, digitale e biologico. Una rivoluzione ancora da sperimentare, che necessita di strategie di innovazione collaborative, attraverso la contaminazione con start up, università e nuove realtà emergenti, testando nuove prospettive e nuovi modi di rapportarsi con il mercato. Le imprese devono esplorare questo nuovo universo di opportunità, le cui regole devono ancora essere scritte».

(fine prima parte)

 

 

 

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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