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mercoledì 10 Giugno 2020
L’intervista al nuovo Cavaliere del lavoro, Gian Battista Parati
Gian Battista Parati, ad di Marsilli Spa, ci racconta i principi e i valori che lo hanno animato lungo la sua carriera e ripercorre la storia dell’azienda castelleonese, cresciuta negli anni fino a dare lavoro a 560 dipendenti
Gian Battista Parati

Che cosa significa il raggiungimento di questo traguardo, per lei, cresciuto professionalmente all’interno dell’azienda, di cui poi è divenuto amministratore delegato? «Devo ammettere che ho impiegato qualche ora a metabolizzare la notizia della nomina e in un certo senso posso dire che sono stati proprio i tanti messaggi di congratulazioni che ho ricevuto a farmi lentamente comprendere quello che stava succedendo. Mi hanno chiamato e scritto davvero moltissime persone, tra parenti, amici, collaboratori e gente che non conoscevo. Un po’ alla volta questi messaggi mi hanno fatto prendere coscienza del significato della nomina e mi hanno fatto capire che senza il supporto di tante persone non avrei potuto ottenere questo risultato. Pertanto, devo e voglio ringraziarle, perché senza dubbio si tratta per me di una grandissima soddisfazione.

Quale bilancio trae dalla sua esperienza di questi anni? E quali gli ulteriori obiettivi che si pone per la sua azienda? «Nel corso di questi 40 anni di lavoro, sono molti i successi che io e la mia azienda abbiamo ottenuto, ma sono anche molti i problemi e le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare. Abbiamo sempre mantenuto l’obiettivo davanti a noi e non abbiamo mai perso un’occasione per fare bene e meglio, senza scoraggiarci, facendo tesoro dei nostri errori. La serenità che mi procura la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per l’azienda e i suoi uomini sono il bilancio positivo che traggo da questi anni. L’obiettivo di ora è quello di sempre: far crescere e consolidare la posizione dell’azienda nel mercato e garantire così continuità lavorativa e benessere ai miei collaboratori».

Il concetto di cavaliere, se considerato nella sua accezione più ristretta, rimanda a ideali elevati. Dunque, quali sono i principi e i valori che l’hanno ispirata? E ha trovato difficoltà ad attuarli, in un mondo del lavoro dove la concorrenza è sempre più competitiva? «Il tema della continuità, a cui facevo riferimento, non riguarda solo l’azienda e il suo sviluppo. La responsabilità che sente un imprenditore è enorme: i suoi collaboratori sono madri e padri di famiglia, giovani ragazzi neolaureati pieni di speranze, inseriti in un tessuto sociale, che hanno a loro volta delle responsabilità, degli impegni sociali ed economici e dei sogni da realizzare. Noi dobbiamo creare un ambiente in cui tutto ciò possa convivere e, quando siamo fortunati, perfino fiorire; naturalmente senza dimenticare il fatturato. Questi principi sono sempre stati parte del mio modo di concepire l’essere imprenditore. Certo, non è sempre facile e non è neppure detto che io ci sia riuscito, tuttavia questo è oggi un impegno aziendale condiviso dai miei collaboratori. La nostra azienda opera quasi completamente sul mercato internazionale, dove queste attenzioni sono più diffuse, eppure quando i clienti vengono a trovarci e passano qualche ora con noi, non è raro che mostrino un certo stupore nei confronti dell’attenzione che poniamo al luogo di lavoro. Non posso nascondere che anche questa per noi è una grande soddisfazione».

In un contesto di transizione come quello attuale si torna a parlare con più forza di responsabilità sociale delle aziende. Che cosa significa per lei nel concreto? «La nostra azienda fa parte del territorio in cui opera: attinge risorse, crea benessere e in un certo senso diventa anche un modello operativo, sociale. Per questo il dialogo con le amministrazioni locali è importante; la collaborazione con gli enti è un bel modo di partecipare alla vita cittadina. In fondo, i nostri collaboratori sono anche i nostri vicini di casa e dobbiamo poterli guardare con dignità anche quando siamo fuori di qui».

Sulla scorta della domanda precedente, qual è, nel corso di questi anni, il risultato di cui è più orgoglioso? E quale invece il rimpianto maggiore, se ne ha uno? «Forse entrambe le risposte a questa domanda le posso ricondurre allo stesso periodo, il 2008, l’anno della crisi internazionale, quando cioè da un giorno con l’altro le nostre certezze di vendita sparirono. In quel periodo, e questo mi rende ancora oggi orgoglioso, stipulammo un accordo di solidarietà che ci permise di non perdere neppure una risorsa. Tuttavia, e questo è il rimpianto, avremmo forse potuto fare di più, prevedendo gli eventi. Ma alla fine le cose si sistemarono e l’azienda riprese la sua crescita già dall’anno successivo».

Dal momento che lei è un esempio di persona che ha saputo crescere nella sua carriera professionale, fino a raggiungere un ruolo di vertice in un’azienda importante, che cosa si sente di consigliare a un giovane di oggi, qualunque sia la strada che intende intraprendere? «Avere le idee e averle chiare sono certo due suggerimenti che mi sento di consigliare a chi desideri affrontare la carriera dell’imprenditore. E naturalmente non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, perché queste sicuramente arriveranno. Inoltre, è bene capire subito che da soli non si può ottenere molto, tantomeno tutto».

Un’ultima domanda sulla situazione attuale e sulle prospettive future dell’Italia. In base alla sua esperienza del nostro sistema produttivo, ritiene che il nostro Paese abbia le carte in regola per superare anche questa crisi, rispetto alla concorrenza internazionale? «Noi operiamo sul mercato internazionale e spesso, praticamente da sempre, lottiamo con la diffidenza di chi pensa che il Paese “della pizza e del mandolino” non possa produrre impianti di ingegneria di valore elevato, con contenuti tecnologici innovativi e originali. Invece, eccoci qui: nel corso degli anni è stata proprio questa nostra capacità di inventarci, di dare risposte uniche e originali e, se mi è consentito, fuori dagli schemi, che ci ha differenziato dalla concorrenza. A volte, in azienda, scherziamo e diciamo che i tedeschi hanno “l’aspirina quadrata”. Questa abilità è il nostro retaggio culturale, la nostra unicità. E sono sicuro che il mondo sia pronto a comprenderla e a comprarla».

 

 

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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