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mercoledì 17 Febbraio 2021
La pandemia “licenzia” i lavoratori indipendenti
Solo nel 2020 hanno perso la propria occupazione 208mila autonomi e, se continua così, circa 450mila imprese rischiano di sparire. A lanciare l’allarme è Confesercenti, che avverte: «Il calo dei lavoratori indipendenti vale circa la metà della riduzione complessiva dell’occupazione nel periodo. Non può essere ignorato»

La pandemia sta “licenziando” i lavoratori indipendenti: solo nel 2020 hanno perso la propria occupazione 208mila autonomi, tra imprenditori, professionisti e collaboratori. Una crisi senza precedenti su cui è urgente intervenire: servono subito politiche attive e di riconversione mirate al lavoro autonomo, ma anche sostegni efficaci per evitare che le attività continuino a chiudere: se continua così, circa 450mila imprese rischiano infatti di sparire a causa della pandemia. A lanciare l’allarme è Confesercenti, in occasione dell’incontro tra il nuovo ministro del Lavoro, Andrea Orlando, e le parti sociali.

Bisogna preoccuparsi della tenuta delle imprese

Nel dettaglio, ci sono stati i seguenti cali: i lavoratori in proprio e gli imprenditori -80mila; collaboratori e coadiuvanti -74mila e i liberi professionisti -50mila. «Il calo dei lavoratori indipendenti vale circa la metà della riduzione complessiva dell’occupazione nel periodo; non può essere ignorato. Anche perché si tratta di attività spesso sane, lavoratori che sono stati spazzati via dalla crisi innescata dalla pandemia», spiega Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti. «Il blocco dei licenziamenti è una soluzione rivolta solo agli occupati dipendenti. Bene, ma c’è bisogno invece di salvaguardare tutta l’occupazione, preoccupandosi di più della tenuta delle imprese. Anche perché il blocco dei licenziamenti non può congelare posti di lavoro che non esistono più: tra i 208mila indipendenti spariti, 25mila avevano dipendenti».

Investire su competenze di lavoratori e imprenditori

«La misura non potrà essere prorogata a oltranza: bisogna prepararsi al giorno dell’inevitabile switch-off, quando il blocco dei licenziamenti terminerà», continua De Luise. «Per allora dovranno essere già in campo forti misure di decontribuzione e di detassazione per le imprese che manterranno l’occupazione e, per tutti, un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale, rinnovi contrattuali a esenzione di imposta per i miglioramenti retributivi e nuove regole per il tempo determinato. Ma non si può continuare a chiedere alle imprese di mantenere l’occupazione se non è permesso loro lavorare, ignorando la validità dei protocolli di sicurezza già concordati. Il contesto economico e sociale post-pandemico determinerà profondi mutamenti nel lavoro e nei consumi, quindi sarà necessario investire sulle competenze professionali sia dei lavoratori che degli imprenditori».

Un fondo dedicato ai piani di riconversione delle aziende

«Serve inoltre un processo di modernizzazione e razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali, senza però stravolgere gli strumenti che hanno risposto meglio durante le difficoltà, come il Fis (Fondo d’integrazione salariale), che potrebbe diventare un ammortizzatore “universale” per tutte le imprese del terziario dei servizi e del turismo. Molte attività non avranno più la forza né le condizioni di mantenersi all’interno del mercato. Per gli imprenditori, per i lavoratori e per i collaboratori di queste imprese dovranno essere predisposti efficaci piani di riconversione, sostenuti da un fondo dedicato a questo scopo e alla formazione continua degli imprenditori, anche attraverso il tutoraggio».

Redazione Mondo Business
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