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martedì 23 Giugno 2020
In aumento i debiti della pubblica amministrazione
Secondo l’Eurostat, fa sapere l’Ufficio studi della Cgia, i debiti commerciali della nostra Pa hanno ormai raggiunto quota 49,4 miliardi di euro. Il mancato saldo delle fatture sta causando effetti a cascata su intere filiere produttive

Sebbene i dati dell’Eurostat, relativi ai debiti della pubblica amministrazione italiana, non contengano la componente in conto capitale, che secondo alcune stime ammonterebbe tra i  7 e gli 8 miliardi di euro l’anno, solo i mancati pagamenti di parte corrente hanno toccato, il 31 dicembre scorso, i 49,4 miliardi. «In attesa che il ministero dell’Economia certifichi ufficialmente a quanto ammonta il debito commerciale della nostra Pa, la situazione è destinata a peggiorare», dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo. «Se le difficoltà degli enti locali sono sotto gli occhi di tutti, nulla lasciava presagire che avessero problemi perfino  le amministrazioni centrali. Oltre ai ministeri, in questo primo trimestre dell’anno anche una parte dell’amministrazione finanziaria non ha rispettato i tempi di pagamento. Ancorché la giustizia tributaria e tre agenzie fiscali abbiano saldato i propri fornitori in anticipo, il Demanio, invece,  ha liquidato le imprese dopo 7 giorni dalla scadenza prevista per legge, il ministero dell’Economia dopo 8 e la Guardia di Finanza addirittura dopo 136».

Nel 2019 i debiti ammontavano al 2,8% del Pil italiano

Le cifre riportate dall’Eurostat evidenziano inoltre che negli ultimi quattro anni il debito complessivo è in costante crescita. Se nel 2016 i debiti di parte corrente erano 44,3 miliardi, nel 2017 sono saliti a 45,6; nel 2018 hanno toccato i 47,8 miliardi, per arrivare, appunto, a quota 49,4 nel 2019. L’anno scorso, il dato assoluto era pari al 2,8% del Pil. Tra i 27 Paesi Ue monitorati, solo la Croazia, con il 2,9%, ha fatto registrare un’incidenza più elevata della nostra. «Sebbene la nostra Pa sia tra le peggiori pagatrici d’Europa», segnala il segretario della Cgia, Renato Mason, «molti si erano convinti che i tempi di pagamento si sarebbero drasticamente ridotti grazie all’introduzione, avviata nel luglio del 2017, dell’obbligo da parte di tutti gli enti pubblici di trasmettere le informazioni relative ai singoli pagamenti. Quest’obbligo doveva consentire la quantificazione dell’ammontare delle passività  commerciali e il monitoraggio continuo dei tempi di pagamento delle amministrazioni pubbliche. Purtroppo tutto ciò non è ancora avvenuto, per l’avversione di moltissimi enti a rispettare le disposizioni di legge, con il risultato che lo stock del debito rimane ancora spaventosamente elevato. Non solo: il mancato saldo delle fatture sta innescando degli effetti negativi a cascata su intere filiere produttive, diffondendo questa anomalia tutta italiana anche nel settore privato».

Il Mes potrebbe servire a pagare i fornitori delle aziende sanitarie

«L’aspetto paradossale di questa vicenda è che nessuno è in grado di affermare a quanto ammonta esattamente il debito commerciale della nostra Pa nonostante le imprese che lavorano per quest’ultima abbiano l’obbligo, per essere liquidate, di emettere la fattura elettronica. Con il decreto “Rilancio”, il Governo ha messo a disposizione di Regioni, Asl ed enti locali 12 miliardi di euro per liquidare i debiti commerciali maturati entro della fine del 2019. Una somma che dovrebbe contribuire ad abbassare lo stock del debito, anche se la soluzione più efficace per azzerare o quasi i mancati pagamenti potrebbe essere quella di ricorrere al cosiddetto Fondo salva Stati (Mes). Considerando che circa la metà dei debiti commerciali della nostra Pa sono in capo alla sanità, il ricorso al fondo per 36-37 miliardi di euro  potrebbe consentire all’amministrazione pubblica di erogare buona parte di queste risorse ai fornitori delle aziende sanitarie, che da sempre subiscono i ritardi di pagamento più pesanti».

Lo “sblocca debiti” può essere usato solo per liquidare i fornitori

«Con la sentenza n° 4, depositata il 28 gennaio 2020, lo stesso giorno in cui la Corte di Giustizia Europea ha bocciato l’Italia per i ritardi dei pagamenti della nostra Pa, la Corte costituzionale ha stabilito che le anticipazioni di liquidità ottenute dagli enti locali per onorare le passività pregresse sono prestiti di carattere eccezionale, che devono essere utilizzati  per la finalità per cui sono stati erogati e non per migliorare i risultati di bilancio. I giudici della Consulta, quindi, hanno chiuso definitivamente una controversia sollevata dalla Corte dei conti nei confronti del comune di Napoli. Nel recente passato, infatti, non sono stati pochi i sindaci e anche i governatori che hanno utilizzato i prestiti statali “sblocca-debiti”, erogati dal 2013, per assestare i bilanci di Comuni e Regioni, invece che per liquidare le vecchie fatture dei propri fornitori. Un principio che dovrà valere, ovviamente, anche per questa tranche da 12 miliardi, che il Governo Conte, attraverso la Cassa depositi e prestiti, sta mettendo a disposizione di Regioni, aziende sanitarie ed enti locali che, finalmente, potranno saldare i propri creditori».

 

Redazione Mondo Business
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