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martedì 8 Settembre 2020
Il digitale: un’opportunità per i piccoli Comuni
In questa seconda parte dell'intervista, Diego Zarneri, ceo di LimesFarm e segretario del Forum Economia e Innovazione, invita a considerare le opportunità di rilancio economico per i centri periferici, grazie allo strumento del co-working. I territori, però, dovranno attrezzarsi per non perdere questa occasione
Diego Zarneri

«La sperimentazione dello smart working ha permesso di toccare con mano i benefici economico-sociali dell’adozione di modelli di lavoro agile: l’incremento di produttività, la riduzione del tasso di assenteismo, i risparmi sui costi di gestione degli spazi fisici e un miglioramento dell’equilibrio fra lavoro e vita privata dei lavoratori. I paradigmi classici dell’organizzazione delle imprese sono stati superati da una nuova filosofia. Da qui non si torna indietro, ma vinceremo la sfida solo se l’home working di questi mesi diverrà davvero smart working».

In questa prospettiva qual è il ruolo che potranno rivestire gli spazi di co-working, che peraltro hanno già conosciuto una diffusione nel periodo precedente la pandemia?

«Potranno svolgere un ruolo importante, a patto che vengano opportunamente riorganizzati. Infatti, se il co-working è il luogo preferito da liberi professionisti e startupper, che pur lavorando nello stesso ambiente hanno la propria attività lavorativa autonoma, i “dipendenti smart” del futuro dovranno imparare a preferire i co-working al proprio salotto. Una dimensione, quella del co-working, che garantirà network di contatti e collaborazioni lavorative nuove e al di fuori dai confini aziendali e che potranno tradursi in creatività e valore aggiunto per il rilancio delle imprese.  Infatti, il co-working restituisce ai lavoratori smart le relazioni interpersonali che il lavoro da casa tende a ridurre a video-chiamate ed email, generando idee e nuovi progetti. Si tratta, quindi, di una nuova concezione di ufficio open, che mette in rete i dipendenti in sede, gli operativi da casa e quanti, appunto, si collegano da spazi di co-working».

Quali sono gli errori da evitare in questa transizione verso una nuova economia, per non rischiare di rimanere indietro rispetto al resto del mondo?

«Se l’Italia non vuole “rimanere indietro”, dovrà prima di tutto investire nel potenziamento delle infrastrutture, promuovere l’alfabetizzazione digitale della popolazione e dovrà abbandonare la rigida organizzazione del lavoro, fondata ancora sulla necessaria presenza negli uffici (a partire dalla pubblica amministrazione). Lo smart working non va confinato in una logica emergenziale, ma deve essere considerato la naturale evoluzione del lavoro in un momento storico, economico e sociale che sta procedendo a grandi passi verso la digitalizzazione, la robotica e l’intelligenza artificiale. L’errore da non commettere è quello di non cogliere l’occasione per adeguare l’organizzazione e la legislazione del lavoro ai tempi della Quarta rivoluzione industriale. La delocalizzazione delle prestazioni lavorative, il confine sempre più labile fra lavoro autonomo e dipendente, il co-working, le piattaforme online e tutte le nuove frontiere occupazionali che la rivoluzione in corso si appresta a generare impongono una nuova normativa in materia, che traghetti il nuovo paradigma fuori dalla pandemia».

Per i piccoli Comuni in cerca di un’identità da recuperare è possibile una sinergia con i nuovi strumenti offerti dalla tecnologia digitale? E in che misura?

«Lo smart working è una grande opportunità per i territori marginali, perché di fatto annulla la distanza fra i piccoli Comuni e i centri direzionali delle grandi città. Sobborghi e aree rurali avranno grandi vantaggi da questa rivoluzione del mondo del lavoro, perché per lavorare sarà sempre meno necessario spostarsi verso la sede della propria azienda. I piccoli Comuni, però, dovranno saper intercettare questo cambiamento, attraverso infrastrutture digitali adeguate e promuovendo spazi di co-working organizzato. Home working e co-working generano maggiore permanenza sul territorio comunale e dunque ricadute economiche, che si traducono in maggiori consumi, che a loro volta favoriscono la rinascita di attività commerciali e del terziario. I territori saranno in competizione fra loro per ospitare i lavoratori smart, puntando su qualità della vita, ambiente e servizi tecnologici. Questo è il futuro e saranno avvantaggiati i territori che per primi sapranno prepararsi alla trasformazione».

Si continua quindi a generare Pil, ma altrove rispetto al luogo fisico in cui ha sede l’azienda per cui si lavora o l’università in cui si studia.

«Sì, è un nuovo equilibrio fra periferia e centro, dove le metropoli diventano attrattive dal punto di vista culturale, sociale e associativo, mentre i piccoli centri diventano sedi di lavoro dislocate. Si tratta di una grande occasione di rigenerazione per le aree interne, che possono così beneficiare di nuovo indotto economico, di idee e di inesplorate progettualità, attivate dal ripopolamento produttivo».

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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