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mercoledì 7 Ottobre 2020
Fare l’imprenditore in Italia è una “vera impresa”
Francesco Buzzella, presidente dell'Associazione Industriali di Cremona, in occasione della 75esima assemblea generale, riflette sullo status quo e sulle prospettive economiche del nostro Paese. Lavoro, fisco, investimenti: l'impressione è che coesistano due Italie contrapposte
Francesco Buzzella

«Non sappiamo cosa succederà nei prossimi mesi. È diventato difficile fare previsioni. Dopo le due crisi economiche del 2008 e del 2011, questa è la terza ad abbattersi in breve tempo su di noi. La situazione drammatica nella quale ci siamo trovati ha confermato ancora una volta che l’Italia rimane un Paese in cui “fare impresa è una vera impresa”, in cui c’è sempre un sospetto e un’ostilità più o meno aperta nei confronti della libera attività. Un clima che preoccupa, che incita alla ricerca di un “nemico”, e che arriva al punto di dover costringere alcuni imprenditori all’utilizzo della scorta. Forse, un giorno, qualche storico riuscirà a spiegare il mistero di un Paese diventato una delle maggiori potenze industriali del mondo, ma con una cultura antindustriale fortissima».

Le conseguenze negative del reddito separato dal lavoro

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Al di là del suo incerto e indeterminato significato costituzionale e giuridico, il richiamo al lavoro implicava nel dopoguerra cose concretissime per milioni di italiane e di italiani. Da allora, qualcosa sembra essersi inceppato. Abbiamo finito col mettere sempre più al centro delle nostre aspirazioni e dei nostri valori il reddito separato dal lavoro, forse già a partire dalle lotte sindacali dell’ “Autunno caldo”, che proclamarono la separazione tra la produttività e i salari, che andavano considerati, si disse, una variabile indipendente. Ma il lavoro è un valore sociale, un patrimonio dell’individuo: il lavoro non serve solo per avere qualcosa, ma serve soprattutto per essere qualcuno. La questione non è tutelare il lavoro in quanto tale, ma assicurarsi che vengano sempre garantiti quegli strumenti in grado di sostenere tutti nella ricerca del lavoro».

Il fisco: un labirinto perverso

«La nostra fiscalità è un labirinto perverso, che non può trovare soluzione se non in una riforma del suo impianto complessivo. Sicuramente non può essere risolto con gli annunci del tipo: “Abbassiamo l’Iva”, per poi dire il giorno dopo: “Scusate, abbiamo sbagliato”. Il fisco non è stato mai inteso come un asset strategico, in grado di rendere il Paese più competitivo, quanto piuttosto come una pura partecipazione contributiva, a volte anche come un mero meccanismo di cassa. Questo è l’approccio che ha generato l’Irap, ma è la stessa linea con cui si sono previste la “Sugar tax” e l’ancor più grave “Plastic tax”, oggi semplicemente rinviate. Occorrerebbe ragionare, invece, su una logica di leva fiscale, che possa generare reddito, aumentare la competitività del sistema Paese e attrarre capitali esteri indirizzandoli in Italia. Un sistema snello e semplice, che premi il lavoro a 360 gradi, dal lato delle aziende e dei dipendenti».

Un Paese che non innova è un Paese che va indietro

A volte, l’impressione è che si abbia paura di fare investimenti e non è solo un tema di risorse, perché troppe ne abbiamo sprecate. Quello che manca è un masterplan sugli investimenti, non solo quelli materiali ma anche sull’intelligenza. Sì, perché a fermare i ponti, le autostrade, le opere grandi e piccole, ci sono i pletorici iter autorizzativi e gli immancabili “Comitati del no”; a bloccare la formazione e la scuola ci pensano direttamente riforme inadeguate e non immaginate per durare. Un Paese che non innova, che non crea opportunità per i propri giovani, che non affronta una decisiva riforma della sua scuola, per molti ragazzi unica possibilità di ascensore sociale, non è un Paese che sta fermo: è un Paese che va indietro. L’aiuto economico che i genitori possono garantire ai figli avrà una durata limitata nel tempo: una generazione, forse due, ma mi chiedo: le generazioni successive cosa faranno? Forse sarebbe il momento di creare un codice normativo per le nuove generazioni, un impianto legislativo che favorisca proprio i giovani: da una tutela fiscale sul loro reddito, fino a un sostegno per quelli di loro che scelgono di fare impresa».

La preparazione della classe dirigente si è abbassata

Il processo riformatore in Italia non funziona, perché abbiamo una macchina statale troppo complessa e sempre meno preparata e competente. Il fenomeno della “fuga dalla firma” inceppa poi le decisioni cruciali di tante procedure amministrative, perché la paura delle Procure e della Corte dei conti spinge chiunque abbia il potere di agire a soprassedere, a temporeggiare, a chiedere un parere che lo metta al riparo. La preparazione della classe dirigente del Paese si è abbassata e manca un adeguato grado di conoscenza dei problemi da risolvere. Qual è il criterio con cui viene indicato e scelto un ministro? Siamo sicuri che in una democrazia moderna il principio di rappresentanza debba sempre e comunque superare quello della competenza? Sappiamo che nelle nostre aziende, se non ci basiamo sui concetti di merito e di competenza, mettiamo in pericolo la nostra attività. Perché non deve valere anche per chi gestisce il Paese?».

Il Masterplan 3C di Cremona come esempio

Quale futuro vogliamo dare al nostro Paese? Se il nostro esempio può essere utile, come Associazioni industriali di Cremona abbiamo pensato e consegnato al territorio la cosa forse più preziosa di cui esso ha bisogno: un piano strategico di lungo termine, il Masterplan 3C. È un lavoro finalizzato a indicare una visione, che volge lo sguardo al futuro, indicando quelle azioni prioritarie che, se attuate, potrebbero davvero dare un nuovo stimolo di crescita alla provincia di Cremona. Abbiamo analizzato le dinamiche del territorio degli ultimi vent’anni e alcuni indicatori ci hanno fatto capire quali sono i “nemici” da affrontare, fra cui campeggia il gap infrastrutturale e dei collegamenti. Ma con spirito costruttivo abbiamo concentrato il nostro lavoro sui punti di forza, evidenziando la presenza di aziende in settori produttivi strategici, che vanno dall’agroalimentare, alla siderurgia, dalla chimica alla cosmesi; la possibilità di lavorare su offerte formative importanti (e penso al nuovo campus della Cattolica, alle nuove lauree del Politecnico, fino ai percorsi di qualificazione Its) e un patrimonio culturale fra cui primeggia la nostra liuteria con il suo distretto musicale, un tesoro unico al mondo.

Il rischio di una deriva sudamericana

Il Recovery fund sarà l’opportunità, ma anche il motivo per non avere più alibi, per non rinviare ulteriormente le riforme. Non basterà, però, appellarsi all’ennesima task force: dovremo fare le cose sul serio questa volta. Quella che io chiamo la “grande illusione”, quella di uno Stato che deresponsabilizza il cittadino, facendo passare il concetto che si possa distribuire reddito senza crearlo attraverso il lavoro, ritengo sia forse l’aspetto culturale più pericoloso per il futuro del nostro Paese, che rischierebbe con questa visione una deriva da Paese sudamericano. Ci sono due Italie che coesistono: quella di chi pensa al futuro e vuole cambiare il presente e quella di chi il presente vuole soltanto usarlo; di chi si arrende e di chi resiste; di chi abbandona e di chi decide di restare e di costruire il domani. Possiamo scegliere quale Italia essere, ma dobbiamo farlo adesso. Perché nella vita delle nazioni, come delle aziende, l’errore più grande è quello di non saper cogliere l’attimo».

 

 

 

Redazione Mondo Business
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