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martedì 26 Maggio 2020
È ora di fare politica economica come si deve
Il prof. Alberto Mattiacci, presidente del comitato scientifico dell’Eurispes, ci ha concesso un’intervista sulla difficile situazione economica. «In Italia abbiamo l’idea che la piccola impresa sia un bene pubblico e che la grande sia il male assoluto; questa distorsione conduce a scelte scellerate»
Alberto Mattiacci

A suo giudizio, quanto decretato finora dal Governo italiano per tentare di contrastare la crisi è sufficiente e, soprattutto, efficace? «Due premesse s’impongono, a mio parere. La prima: siamo un Paese che ha dei fondamentali economici strutturalmente negativi, il che ha due effetti: in primis rende privo di senso ogni confronto sic et simpliciter con altre nazioni, europee e non, che hanno invece dei fondamentali positivi; in secondo luogo, questo nostro deficit ci preclude la possibilità di intraprendere certe soluzioni e assumere certe scelte. L’Italia è in declino demografico, patisce decenni di assenza di una politica economica decente, orientata cioè all’aumento della produttività e all’incentivazione della crescita aziendale, e paga ogni anno circa 60 miliardi di euro per gli interessi sul debito pubblico (il secondo più alto al mondo). Per queste ragioni l’Italia, da anni, non certo da oggi, è incapace di esprimere una crescita economica solida, nemmeno nei momenti di ciclo economico favorevole».

Quanto alla seconda premessa? «La situazione dovuta al Covid-19 è una novità assoluta e ad alto impatto emotivo; il ricorso a precedenti, per capire il da farsi, è stato perciò impossibile. Pertanto è facile, da fuori, giudicare, più difficile è capire e agire correttamente. A mio avviso, senza considerare questi due aspetti preliminari, ogni giudizio sull’efficacia delle scelte compiute è debole nei suoi presupposti». Le misure finora adottate per garantire liquidità alle imprese e consentirgli quindi di sopravvivere si stanno rivelando di difficile attuazione, soprattutto per le più piccole. In cosa si è sbagliato? «Anche qui vedo l’effetto congiunto di una miscela di mali strutturali del Paese, di deficienze che nascono da lontano e non da oggi. Sostanzialmente due: la struttura imprenditoriale e il diritto amministrativo. In Italia abbiamo (da decenni) una classe politica che parla di piccole e medie imprese pensando siano una realtà unica, quando invece sono due realtà che in comune hanno soltanto, e sottolineo soltanto, il fatto di non essere grandi. Inoltre, abbiamo l’idea che la piccola impresa sia un bene pubblico e che la grande sia il male assoluto; questa distorsione di prospettiva conduce a scelte scellerate. E poi c’è la burocrazia, che spesso ormai è un gioco dell’assurdo, sul quale non vale nemmeno la pena spendere parole».

Ma come fare, allora, per sostenere il sistema produttivo? «In estrema sintesi, bisogna approfittare di questa crisi per dotarsi del coraggio politico di dire al Paese che inizia un lavoro i cui frutti si valuteranno nell’orizzonte dei prossimi decenni. Qualche esempio: digitalizzare culturalmente e strumentalmente tutta l’amministrazione pubblica; incentivare la crescita dimensionale dell’impresa nei settori capital e knowledge intensive; ridisegnare il fisco su misura delle famiglie; defiscalizzare strutturalmente il lavoro giovanile; esautorare le Regioni in materia di turismo, di finanza agevolata europea e accentrare a livello statale; incentivare l’innovazione tecnologica e culturale d’impresa, subordinando l’accesso ai finanziamenti pubblici a precise regole in tal senso; far fruttare meglio certi patrimoni italiani nascosti, come ad esempio quelli confiscati alla criminalità organizzata, magari, come ha proposto l’Eurispes, attraverso la creazione di soggetti ad hoc. Insomma, fare politica economica, invece che un continuo mercatino elettorale. Questa è la cosa migliore da fare per rilanciare l’economia».

Veniamo al contesto europeo: pensa che le misure in discussione a livello comunitario stiano andando nella direzione giusta, nel senso di favorevole alla causa italiana? Se confrontate con quelle messe in atto da singoli Paesi membri, come Germania e Francia, la loro “potenza di fuoco” appare decisamente inferiore. «Come dicevo prima, non considero sensati i confronti con quelle realtà libere dalle condizioni fardello che invece ci caratterizzano. Questo non vale come assoluzione per le scelte attuali ma, piuttosto, come presa d’atto che in primis il nostro problema siamo, e siamo stati, noi stessi. È vero, però, che esiste l’Unione europea; che la sua esistenza si fonda anche sul principio di solidarietà fra Paesi; che siamo il terzo contributore netto del bilancio Ue; che siamo la terza economia dell’Unione e quindi too big to fail; che dentro la Ue esiste il dumping fiscale e che aver unito le monete e non il resto ci svantaggia. Tutto ciò, in aggiunta all’autoconsapevolezza delle nostre colpe, è a mio parere la corretta prospettiva di valutazione dell’attuale azione da parte dell’Ue».

(Fine prima parte)

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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Eurispes
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