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giovedì 2 Aprile 2020
Dopo il coronavirus più robot e meno lavoratori?
Il prof. Marco Taisch respinge la correlazione tra l'aumento dell'automazione e la disoccupazione, ma i lavoratori meno aggiornati potrebbero essere più a rischio
Marco Taisch

È di questi giorni la pubblicazione di una ricerca da parte del Brookings Institution, uno dei più importanti think tank degli Stati Uniti, sull’impatto che la pandemia eserciterà sul mondo del lavoro. Per la precisione, l’istituto analizza quanto potranno incidere i contraccolpi economici dell’emergenza sanitaria sull’accelerazione dei processi 4.0 nelle aziende. In sintesi, la tesi sostenuta dal Brookings Institution è la seguente: l’introduzione dei robot come forza lavoro non avviene a un ritmo costante e graduale, ma aumenta in occasione di eventi significativi, come gli choc economici, allorché le persone diventano più costose a fronte di una diminuzione dei ricavi delle aziende.

L’incremento dell’automazione non è dovuto per forza a choc economici

Questo significa che molti dei lavoratori italiani dovranno aggiungere alle loro preoccupazioni relative alla pandemia in corso anche la possibilità di vedersi sostituiti dai robot? Ne abbiamo parlato con un esperto in materia: il prof. Marco Taisch, docente alla School of Management del Politecnico di Milano, partecipe alla cabina di regia del piano Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico e responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0. Professore, è così? I lavoratori devono sentirsi minacciati anche da questo pericolo? «Che l’automazione e la digitalizzazione sui posti di lavoro abbiano conosciuto accelerazioni proprio in concomitanza di choc economici è vero, ma è altrettanto dimostrato che la stessa cosa è successa ogni qual volta le dinamiche della globalizzazione hanno spinto le aziende ad aumentare la propria competitività sul mercato e a investire nelle nuove tecnologie. Quello che mi aspetto, una volta superata questa crisi, è soprattutto una riorganizzazione interna da parte delle aziende, qualcosa che sta già avvenendo per esempio con lo smart working: ci si è accorti dell’utilità del lavoro a distanza e di conseguenza è verosimile che questa pratica rimarrà anche dopo l’emergenza».

Innovazione tecnologica e disoccupazione non sono consequenziali

«Non sono invece d’accordo sul fatto che una maggiore automazione dei processi produttivi porti necessariamente a una diminuzione della forza lavoro. A questo proposito, ci sono due validi esempi, rappresentati da Germania e Corea del Sud: entrambi questi Paesi, che hanno il tasso più elevato di robot per numero di abitanti, hanno al contempo una bassa percentuale di disoccupazione, in quanto il loro volume di vendite più alto comporta la necessità di un maggior numero di lavoratori. Gli studi che vedono una correlazione automatica tra innovazione tecnologica e disoccupazione si basano infatti sulla premessa che un’azienda lavori sempre a volumi costanti, ma bisogna considerare che quando un’impresa incrementa la propria capacità produttiva ne consegue una sua maggiore competitività sul mercato, il che a sua volta comporta una crescita e, di conseguenza, l’esigenza di aumentare la forza lavoro. Detto ciò, una categoria di lavoratori più a rischio c’è ed è quella di chi, non essendosi aggiornato, resterà escluso dal mercato. Questi ultimi, per cui occorrerà pensare a un adeguato sistema di tutele, saranno comunque sostituiti da altre persone e non da robot. Il rischio più grande è proprio questo: che la pandemia abbia come conseguenza una selezione rispetto alle competenze dei lavoratori».

L’Italia rischia di aumentare il proprio gap nei confronti dei concorrenti

Da questo punto di vista, una volta terminata l’emergenza, quando si tratterà di dover agganciare un’eventuale ripresa, l’Italia rischia di trovarsi in una situazione di svantaggio rispetto ad altri Paesi? «Il rischio esiste: la pandemia ha fatto risaltare i nostri pregi e i nostri difetti. Le aziende più in difficoltà saranno quelle insediate nelle aree fuori dalle rotte e dai centri principali, dove per esempio la banda ultra larga scarseggia. Anche il sistema scolastico sta mettendo in luce alcuni suoi limiti: basti considerare il fatto che, se le università hanno saputo attrezzarsi in breve tempo alla modalità della lezione online, le scuole primarie stanno soffrendo tantissimo questa emergenza. Quanto alla burocrazia sappiamo bene di quali rallentamenti e complicazioni si faccia portatrice. L’auspicio, dunque, è che questa crisi possa essere un’occasione per procedere più speditamente a una modernizzazione del sistema Paese, in caso contrario il gap con i nostri concorrenti non verrà colmato».

 

 

 

 

 

 

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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