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giovedì 3 Settembre 2020
Digitale: il sistema delle imprese italiane arranca
Il Recovery Fund si pone l’obiettivo di fornire un ampio supporto finanziario alle riforme e agli investimenti realizzati dai singoli Paesi. Il dibattito avviatosi in Italia richiede quindi un’attenta analisi delle criticità del nostro Paese, al fine di individuare un piano dettagliato degli interventi necessari. A questo scopo, ci vengono in aiuto alcune analisi dell’Istat in merito allo stato dell’arte del tessuto produttivo italiano

L’evoluzione del sistema produttivo italiano è caratterizzata da una fase prolungata di bassa crescita della produttività, con conseguenze rilevanti sugli attuali livelli di sviluppo economico e sulle prospettive future. Sebbene la fase di bassa produttività italiana si estenda a partire dagli anni Novanta, dalla crisi del 2009 ad oggi il divario di crescita della produttività italiana, rispetto ai principali Paesi europei, si è ulteriormente ampliato. Nel 2019, la produttività del lavoro italiana ha registrato un incremento pari a 1,2 punti percentuali, rispetto al valore del 2010, a fronte di un incremento medio di circa 8 punti percentuali di Germania, Francia e Spagna. Inoltre, gli investimenti, dopo essersi fortemente ridotti, per effetto della crisi del biennio 2008-09, hanno segnato una nuova, profonda caduta nella successiva recessione e la risalita degli anni seguenti è stata lenta, con un recupero complessivo meno ampio di quello registrato nel resto dell’Unione economica e monetaria. In Italia, nel 2019, la quota degli investimenti totali sul Pil è risultata del 18,1%, ben inferiore a quella media dei Paesi dell’area euro (pari al 22%). Questa incidenza aveva toccato nel nostro Paese un massimo del 21,3% nel 2008 e un minimo del 16,7% nel 2014.

Troppo basso il numero di piccole aziende propense a investire

L’evidenza empirica ha mostrato che il sistema produttivo italiano è caratterizzato da uno strutturale sotto-dimensionamento delle unità produttive e da una maggiore frammentazione, rispetto agli altri principali Paesi europei. Ai fini di una politica di crescita efficace rivolta alle imprese, occorre considerare in primo luogo l’eterogeneità dei profili d’impresa all’interno del sistema produttivo italiano. Ciascuno di tali profili, va ricordato, si caratterizza per un diverso grado di “dinamismo”, che scaturisce dalla diversa propensione a innovare, a investire in tecnologia (soprattutto Ict), digitalizzazione e formazione del personale. La grande maggioranza delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha un profilo dinamico medio o medio-basso. È dunque esiguo il numero di unità a dinamismo alto (il 4%, poco più di 8mila imprese) o medio- alto (13%, 27mila e 600 imprese), anche se tali insiemi rappresentano, rispettivamente, circa il 23 e il 20% dell’occupazione del sistema (circa 3,8 milioni di addetti in totale, più o meno ugualmente ripartiti tra i due gruppi) e il 24,8 e 27,3% del valore aggiunto.

Solo 4 imprese su 100 possono essere definite digitalmente mature

Eppure, in passato, il raggiungimento di un adeguato grado di dinamismo ha consentito anche a migliaia di piccole imprese di registrare una significativa crescita del fatturato, del valore aggiunto e della produttività, andando a compensare almeno in parte i limiti derivanti dalla loro dimensione contenuta e aprendo loro spazi di crescita rilevanti. Quanto agli investimenti specifici nella digitalizzazione, nel periodo 2016-2018, oltre tre quarti delle imprese con almeno 10 addetti (77,5%) hanno investito, o comunque utilizzato, almeno una delle undici tecnologie individuate come fattori chiave di digitalizzazione nel questionario del Censimento permanente delle imprese, effettuato dall’Istat nel 2019. Il discrimine dimensionale nell’adozione di tecnologie digitali è assai marcato: ha effettuato investimenti digitali il 73,2% delle imprese con 10-19 addetti e il 97,1% di quelle con 500 e più addetti. Complessivamente, solo 4 imprese ogni 100 possono essere definite digitalmente mature ovvero caratterizzate da un utilizzo integrato delle tecnologie disponibili.

In controtendenza le imprese dai 250 ai 500 addetti

A livello settoriale, a parte quello delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, non emergono altri comparti con aspettative di investimento significative. Vi sono però alcuni casi di investimenti mirati, per esempio l’automazione/robotica e la simulazione nel settore manifatturiero, che arrivano a interessare il 16-17% delle imprese dell’intero comparto. In generale, però, anche prima della crisi Covid-19, le imprese italiane non mostravano di essere pronte a un cambio di passo nei processi di trasformazione digitale; tuttora sembrano piuttosto orientate verso aggiustamenti limitati dei propri progetti di sviluppo. Un’eccezione merita però di essere segnalata. Con riferimento a tre tecnologie applicative chiave – Internet delle cose, automazione e robotica e analisi dei Big data –, il 50% delle imprese appartenenti alle classi dimensionali 250-499 addetti e 500 e oltre dichiara l’intenzione di mantenere un elevato tasso di incremento degli investimenti, anche in presenza di tassi di diffusione già significativi per il contesto italiano.

 

 

 

 

Redazione Mondo Business
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