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domenica 9 Febbraio 2020
Debiti della Pa: ci spetta una maxi multa da 2 miliardi?
Come avverte la CGIA, i sistematici ritardi nei pagamenti da parte della nostra pubblica amministrazione potrebbero far scattare una maxi multa come quella ricevuta per le quote latte

«Dopo la sentenza di condanna emessa il 28 gennaio scorso dalla Corte di giustizia europea nei confronti del nostro Paese, saremo chiamati a pagare una maxi multa da 2 miliardi di euro?». A porsi la domanda è il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, Paolo Zabeo. Stando infatti a quanto hanno dichiarato nei giorni scorsi alcuni autorevoli esperti,  i sistematici ritardi nei pagamenti compiuti dalla nostra pubblica amministrazione potrebbero far scattare una maxi multa come quella ricevuta per le quote latte che, fino ad ora, ci è costata circa 2 miliardi di euro. «Sebbene la situazione negli ultimi anni sia migliorata, in particolar modo a seguito dell’introduzione della fatturazione elettronica», prosegue Zabeo, «i ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali con la Pa costituiscono ancora adesso un malcostume molto diffuso nel nostro Paese. Pertanto, non sarà per nulla scontato sottrarsi a una sanzione economica da parte dell’Europa».

Il comune di Napoli paga con un anno di ritardo

Anche nel 2019 i ritardi nei pagamenti dello Stato e delle sue articolazioni a livello locale sono stati molto diffusi. Se la Direttiva 2011/7/UE impone, nelle transazioni commerciali tra Pa e imprese private, termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni (in quest’ultimo caso solo per il settore sanitario), l’anno scorso, per esempio, il comune di Napoli ha liquidato i propri fornitori con  395 giorni medi di ritardo; il comune di Reggio Calabria con 146; la Regione Basilicata con 83 e il comune di Roma Capitale con 63. Situazioni che saranno estremamente difficili da azzerare in tempi ragionevolmente brevi, nonostante si tratti di  una condizione indispensabile affinché Bruxelles ci risparmi una maxi multa. Senza contare che nel settore della sanità e in quello delle costruzioni i ritardi, rispetto ai tempi massimi di attesa previsti dalla legge, vengono superati, secondo le rilevazioni effettuate dalle associazioni imprenditoriali di questi settori, rispettivamente di 39 e di 73 giorni di media.

L’ammontare del debito della Pa è tuttora sconosciuto

«La cosa più assurda di tutta questa vicenda», commentano sempre dalla CGIA di Mestre, «è che nessuno è in grado di affermare a quanto ammonta esattamente il debito commerciale della nostra Pa, nonostante le imprese che lavorano per quest’ultima abbiano da parecchi anni l’obbligo di emettere la fattura elettronica. Il fatto è che una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben oltre quelle stabilite dalla legge». Secondo i dati riportati nella “Relazione annuale 2018”, presentata il 31 maggio 2019 dalla Banca d’Italia, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra Pa sarebbe pari a circa 53 miliardi di euro, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento. L’utilizzo del condizionale è d’obbligo, visto che il periodico monitoraggio condotto dai ricercatori di via Nazionale si basa su indagini campionarie condotte sulle imprese e dalle segnalazioni di vigilanza da cui emergono dei risultati che, secondo gli stessi estensori delle stime, sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza.

Recentemente è intervenuta anche la Corte Costituzionale

«Con la sentenza n° 4 del 28 gennaio scorso, la Corte Costituzionale ha stabilito che le anticipazioni di liquidità ottenute dagli enti locali per onorare le passività pregresse sono prestiti di carattere eccezionale, che devono essere utilizzati  per la finalità per cui sono stati erogati e non per migliorare i risultati di bilancio. Nel recente passato, infatti, non sono stati pochi i sindaci e anche i governatori che hanno utilizzato i prestiti statali sblocca-debiti erogati dal 2013 per assestare i bilanci di Comuni e Regioni, anziché per liquidare le vecchie fatture dei propri fornitori. Una condotta che la Corte Costituzionale  ha finalmente chiarito che non può più essere praticata».

 

 

Redazione Mondo Business
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