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giovedì 18 Giugno 2020
Covid-19: Italia e Germania a confronto
“Coronavirus: quali prospettive per il futuro?”: questo il titolo del webinar organizzato ieri dal Comitato Piccola Industria di Cremona. Protagonista: Emanuele Gatti, presidente della Camera di commercio italiana per la Germania

Dopo i saluti del presidente del Comitato Piccola Industria dell’Associazione Industriali di Cremona, William Grandi, che ha spiegato le ragioni del webinar organizzato ieri dal Comitato stesso ossia confrontare le politiche di contrasto al Covid-19 messe in campo da Italia e Germania, il presidente della Camera di commercio italiana per la Germania, Emanuele Gatti, ha esordito illustrando l’approccio sanitario adottato dal Governo tedesco. «Il primo aspetto da far notare è che la Germania non ha mai optato per un vero e proprio lockdown», ha fatto notare Gatti. «Sono state chiuse solo le attività ritenute non essenziali ed è stata utilizzata in maniera estesa la tecnica del tracciamento dei cittadini, potendo contare anche – e questa è una delle principali differenze rispetto alla gestione italiana – su una rete capillare di uffici sanitari territoriali, che hanno presentato il vantaggio di evitare l’afflusso agli ospedali, se non in casi di massima urgenza, e quindi di ridurre notevolmente una delle principali occasioni di contagio».

Una grande coesione nazionale, a differenza dell’Italia

Va detto che il budget sanitario tedesco è ben maggiore del nostro: nel 2018 ammontava a 390 miliardi di euro, contro i 148 miliardi circa di quello italiano ed è risultato sempre in aumento dal 2010 a oggi. Il tutto sorretto da una grande coesione a livello nazionale: «Ci sono state discussioni tra i singoli länder e il Governo Federale», ha precisato Gatti, «ma le decisioni finali, una volta prese, sono sempre state difese da tutti, con grande spirito costruttivo». A ieri, i casi confermati in Germania risultavano 186mila circa, con 8.800 morti in tutto, rispetto ai   237.828 contagiati e ai 34.448 morti italiani, tenendo conto che la Germania ha 83 milioni di abitanti, contro i 60,5 dell’Italia.

In Germania al centro c’è il lavoratore, non il posto di lavoro

Ma qual è stata la politica tedesca in termini di sussidi al tessuto economico? «Innanzitutto», ha spiegato sempre Gatti, «qualunque sussidio stanziato dal Governo federale a un’azienda è condizionato allo stato di “salute” della stessa nel periodo precedente il coronavirus. Ogni lavoratore è assistito e riqualificato attraverso politiche attive del lavoro, ma non si salva a tutti i costi un impiego in un’azienda, se si ritiene che l’azienda in questione non sia in grado di sopravvivere da sola. In altri termini, l’attenzione è focalizzata sul lavoratore, piuttosto che sul posto di lavoro. Peraltro, segnalo che la Cassa integrazione in Germania, relativa ai mesi di marzo e aprile è già stata pagata da tempo».

L’industria tedesca ha bisogno della filiera italiana

Questo non significa che la Germania non risentirà e anche molto degli effetti della crisi economica: gli ordini relativi alle industrie del manifatturiero sono crollati e basti pensare al settore automobilistico, che ha conosciuto un vero tracollo (-74% ad aprile), con ripercussioni notevoli sulla filiera italiana, ma proprio gli stretti legami tra Italia e Germania, a parere di Gatti, permetteranno ai due Paesi di risollevarsi insieme. «I tedeschi hanno grande stima delle aziende italiane, in particolare delle Pmi, per la qualità eccellente delle loro produzioni». Certo, bisognerà accelerare sul versante della digitalizzazione e del 4.0, se si intende tenere il passo con il sistema tedesco, ma l’interruzione delle catene globali del valore a causa della pandemia potrebbe rappresentare un’opportunità in più per quelle imprese italiane capaci di cogliere l’occasione e conquistare nuovi clienti in Germania.

L’Italia deve abbandonare il suo atteggiamento difensivo

«Anche perché la stessa Germania», ha avvertito Gatti, «sta di fatto adottando una politica di reshoring ovvero sta lavorando per riportare in patria diverse realtà produttive già delocalizzate. Per riuscire a rapportarsi al meglio con le industrie tedesche, tuttavia, occorre uno sforzo in più: bisogna puntare alle aggregazioni tra le imprese italiane più piccole, così da riuscire ad accedere ai contratti più complessi. In generale, l’Italia deve abbandonare l’atteggiamento difensivo che l’ha caratterizzata finora e passare all’offensiva, perché l’industria tedesca ha necessità della filiera italiana e della sua componentistica».

 

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  • Emanuele Gatti
Redazione Mondo Business
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