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martedì 3 Marzo 2020
Coronavirus: l’economia italiana ne uscirà a pezzi
Renato Ancorotti, imprenditore del settore cosmetico, avverte: «Quando l’interscambio economico è fermo, come oggi, vuol dire che l’economia non funziona più»
Renato Ancorotti

A causa dell’epidemia da coronavirus, l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha rivisto al ribasso le sue stime per la crescita mondiale nel corso del 2020. Secondo queste previsioni, l’Italia non crescerà per nulla: la sua economia sarà ferma. Che cosa significa questo in concreto?

Fra pochi mesi pagheremo un conto salatissimo

«Ce ne accorgeremo fra un paio di mesi», avverte Renato Ancorotti, imprenditore del settore cosmetico, titolare della Ancorotti Cosmetics di Crema e presidente dell’associazione nazionale Cosmetica Italia. «Sono convinto che questa situazione ci farà pagare un conto salatissimo. Più che una crescita zero temo una vera e propria decrescita. Mi pare che ancora una volta la nostra classe politica al governo del Paese abbia dimostrato di non essere all’altezza della situazione. Sono stati fatti errori nel modo in cui è stata gestita l’emergenza, agendo più sulla spinta dell’emotività che non della ragione; improvvisando. I messaggi non sono stati chiari e hanno alimentato la paura. Prendiamo la Francia: non credo che lì ci siano meno casi che in Italia, ma il fatto è che noi abbiamo fatto più tamponi, salvo poi fare un passo indietro e decidere di effettuarli solo a chi presentava dei sintomi. Chiaro che il messaggio che è passato è quello di un Paese che si stava trincerando».

Preoccupa il made in Italy, danneggiato a livello mondiale

Come sta vivendo la sua azienda questi strani giorni? «Siamo fermi, perché non ci ricevono. Avevo degli incontri programmati, ma americani, francesi e tedeschi, per fare degli esempi, ci chiedono di non lasciare l’Italia per il momento. La produzione sta rallentando ed è evidente che i prossimi mesi saranno complicati. L’economia nazionale era già in sofferenza, ma questo è un colpo ferale. Ciò che mi preoccupa di più è il made in Italy, perché il nostro Paese vive di questo, ma la sua immagine in una sola settimana è stata danneggiata a livello mondiale e non ce lo meritavamo. Bisognerà lavorare molto sulla comunicazione per risalire la china, quando tutto questo sarà finito». Apprezza le azioni del Governo per correre ai ripari? «3,6 miliardi di euro sono poca cosa per rimettere in moto il motore del Paese. Un brutto segnale sta arrivando da Milano, dove i grandi alberghi, che normalmente ospitano uomini d’affari, si trovano con un numero altissimo di camere vuote».

Sì all’ipotesi di Zone economiche speciali al Nord

Recentemente, l’europarlamentare di Fi, Massimiliano Salini, ha proposto l’istituzione anche nel Nord Italia di Zone economiche speciali, normalmente concepite per le regioni arretrate, così da poter concedere agevolazioni alle imprese danneggiate. È d’accordo? «Purtroppo credo che ce ne sarà bisogno. Ribadisco il mio timore: da questa crisi le aziende italiane ne usciranno a pezzi. Non lo vediamo adesso, perché è ancora troppo presto, ma i segnali ci sono già: d’altra parte, quando non c’è un interscambio economico e oggi è fermo, vuol dire che non c’è nemmeno l’economia: se n’è andata».

 

 

 

 

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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