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venerdì 6 Marzo 2020
Coronavirus: le paure dei piccoli imprenditori
Giuseppe Capellini, artigiano cremasco e presidente di Rei – Reindustria Innovazione, teme che non si possa reggere a lungo: «La situazione sta diventando pesante»
Giuseppe Capellini

Quanto la cosiddetta zona rossa si sia ormai estesa, psicologicamente, al di là dei Comuni interessati, lo sa bene Giuseppe Capellini, imprenditore di Montodine. Capellini, già presidente della Libera Associazione Artigiani di Crema e attuale presidente di Rei – Reindustria Innovazione, l’agenzia di sviluppo territoriale della provincia di Cremona, è anche titolare di un’azienda di carpenteria metallica. I suoi partner commerciali nel resto del Paese sono informati del fatto che il Cremasco confina con la zona rossa lodigiana e di conseguenza stanno prendendo precauzioni per evitare il contatto con chi proviene dalle terre di confine. Una situazione che, a detta dello stesso Capellini, si sta facendo pesante.

La preoccupazione che non si riesca a ripartire è forte

«Le cose si stanno complicando», dichiara Capellini. «La preoccupazione che non si riesca a ripartire è forte. Noi, per fare qualche esempio, lavoriamo con un’azienda della zona rossa, a cui portiamo il nostro materiale perché venga zincato, ma come è noto non è più possibile accedere a quella zona e di conseguenza non possiamo nemmeno ritirare il nostro materiale. Inoltre, lavoriamo con un’azienda che partecipa abitualmente a delle fiere, ma essendo state sospese le manifestazioni di ogni tipo, a cascata anche noi stiamo subendo questo fermo. Per il momento stiamo ancora lavorando, ma per le piccole aziende come la nostra è dura; ho sentito già alcuni colleghi pronti a mettere in cassa integrazione i propri dipendenti».

Un altro mese di crisi e di miliardi ne occorreranno 75

La convince la modalità con cui è stata gestita questa emergenza? «Probabilmente qualche piccolo errore è stato fatto ma, sottolineo, piccolo, perché è facile accusare qualcuno di errori, ma bisogna considerare che ci troviamo alle prese con una situazione mai vista prima. Per cui non me la sento di attribuire eventuali colpe in questo momento». E riguardo allo stanziamento di 7,5 miliardi di euro deciso dal Governo per far fronte all’emergenza, che cosa ne pensa? La ritiene una misura adeguata? «È chiaro che, se ci si fermasse qui, questa cifra non sarebbe sufficiente. La speranza è che si arrivi ad arginare questa epidemia e che presto si possa dire di aver raggiunto l’apice, perché se al contrario l’emergenza proseguisse per un altro mese, la somma messa a disposizione dovrebbe essere moltiplicata per dieci».

Le istituzioni nazionali comprendono l’emergenza economica?

 «C’è da riflettere anche su un altro aspetto». Prego. «Questi 7,5 miliardi devono servire a tamponare più necessità: il fatto che almeno uno dei genitori che hanno figli a casa da scuola deve assentarsi dal lavoro; quanti si trovano in cassa integrazione ecc… ma si tende a dimenticare che in un’azienda che non lavora, soprattutto piccola, anche lo stesso titolare va in difficoltà, perché non guadagna nulla per sé. Quindi è evidente che questa somma risulta già insufficiente». Pensa che le istituzioni abbiano piena consapevolezza della gravità della situazione, dal punto di vista economico? «Le istituzioni locali sì, quelle nazionali non saprei, ho qualche dubbio. Non tanto riguardo al fatto che abbiano compreso la gravità della situazione, ma che sappiano esattamente che cosa fare per intervenire con efficacia».

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
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