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lunedì 23 Marzo 2020
Coronavirus. Assoindustria: «È come essere in guerra»
Il presidente degli industriali cremonesi, Francesco Buzzella, chiede un comitato nazionale per l'emergenza economica, perché le conseguenze di questa crisi rischiano di essere davvero pesanti
Francesco Buzzella, presidente di Assoindustria Cremona

Dopo il decreto legge “Cura Italia”, varato dal Governo lo scorso 17 marzo, arriva il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che a detta di molti rischia di vanificare quelle misure, comunque non ancora sufficienti, che l’Esecutivo aveva messo in campo per supportare il mondo del lavoro in questa difficile crisi da coronavirus. Il nuovo Dpcm, infatti, impone la serrata a molte aziende ritenute non essenziali per il sistema produttivo. Abbiamo chiesto un intervento a Francesco Buzzella, presidente dell’Associazione industriali di Cremona, che è molto critico verso quest’ultimo provvedimento governativo: «Queste decisioni calate dall’alto sono sbagliate, rischiano seriamente di danneggiare il nostro Paese, non solo perché ci faranno perdere quote di mercato, ma perché molte aziende rischiano di non riaprire. Come Confindustria avevamo proposto di ridurre l’attività a livello generale, invece di fermarla del tutto, ma non siamo stati ascoltati. Inoltre, è inaccettabile che un decreto di questo tenore venga annunciato dalla sera alla mattina, generando confusione e allarmismo».

Venendo al decreto legge “Cura Italia”, le misure che sono state stanziate appaiono molto esigue, alla luce degli stanziamenti ben più rilevanti annunciati da altri Paesi europei. Che cosa si aspetta ora dal Governo?

«Con il decreto “Cura Italia” il Governo ha messo in campo una serie di provvedimenti volti alla ripartenza economica del Paese, o quantomeno a contenere i danni di una crisi che potrebbe rivelarsi letale, a maggior ragione a causa della chiusura imposta a molte aziende. A questa prima risposta ne deve però seguire una seconda, altrettanto rapida, incisiva negli strumenti e massiva da un punto di vista delle risorse, per consentire di affrontare le gravi conseguenze che questa emergenza determinerà sulle imprese e sull’economia del Paese, prima che diventino irreversibili. Serve un piano decisivo che impegni risorse davvero rilevanti, a sostegno della liquidità delle imprese, a partire da rateizzazioni fiscali e meccanismi di compensazione, e che adotti tutte le misure necessarie per far fronte ai rilevanti cali della domanda privata e, quindi, di fatturato per le imprese stesse».

«D’altra parte, l’evento cui ci troviamo di fronte è equiparabile a una guerra e, in quanto tale, richiede un comitato nazionale per l’emergenza economica, che metta insieme proposte e le realizzi quanto prima. Decisivo, in questo contesto, sarà il ruolo dell’Europa: in questi giorni ha assunto posizioni incoraggianti, come la proposta di sospendere alcune clausole del Patto di stabilità e le misure temporanee sugli aiuti di Stato, ma che è ora chiamata a compiere azioni straordinarie per preservare i cittadini europei da una crisi le cui conseguenze rischiano di essere estremamente pesanti e di incidere irreversibilmente sul nostro modello economico e sociale».

Per il made in Italy sono stati messi a disposizione soltanto 150 milioni di euro, rispetto ai 716 di cui si era parlato inizialmente. Pensa che ci sia poca consapevolezza dell’importanza della promozione dei nostri prodotti?

«La situazione da questo punto di vista è assai critica, dal momento che si è ormai consolidata la nomea dell’Italia quale “Paese untore” del coronavirus. E questo non fa altro che aggiungere ulteriori problemi alle difficoltà innescate dalle misure restrittive per contenere il contagio del Covid-19 e dall’impossibilità di reperire dispositivi sanitari oggi necessari e fondamentali per tutte le imprese. Il made in Italy sta soffrendo e non poco anche per la cattiva pubblicità all’estero innescata dall’epidemia. È quindi necessario un ulteriore sforzo che consenta il cambio di rotta e che riconosca la valenza strategica di assicurare produzioni nazionali di beni e servizi nel nostro Paese, anche mediante forti misure di politica industriale e di sostegno alla ricerca».

Recentemente, il presidente della Camera di commercio cremonese, Gian Domenico Auricchio, invocava la necessità di un patto per lo sviluppo per il nostro territorio. Che cosa pensa si possa fare a livello territoriale, non appena l’emergenza sarà passata? Il Tavolo per la competitività può essere ancora uno strumento utile oppure ne serviranno altri?

«Tutti noi imprenditori, oggi più che mai, siamo impegnati a cercare di fronteggiare le complessità crescenti che questi giorni difficili ci impongono. In questo momento cruciale per il futuro dell’Italia si impone prepotentemente il ruolo fondamentale del sistema delle imprese e del mondo produttivo in particolare, in quanto spina dorsale del Paese e suo motore di sviluppo. Abbiamo infatti costituito tutti insieme, e per il bene del territorio, un’associazione – Uniti per la Provincia di Cremona – che attraverso le sue donazioni potrà contribuire a risolvere l’emergenza delle ultime settimane; ce lo auguriamo tutti quanto prima. Quindi, riprenderemo sicuramente i discorsi legati ai temi dello sviluppo, nati grazie al Masterplan 3C, e su cui, insieme a tutto il territorio, abbiamo già iniziato a fare moltissimo. Il Tavolo della Competitività resterà fondamentale nella sua operatività e nella sua concretezza».

Che cosa ci sta insegnando questa crisi riguardo al sistema economico italiano?  

«Le conseguenze di questa epidemia sono di grande rilievo e investono il sistema economico mondiale. Il necessario punto di partenza è la nostra concezione di salute come bene pubblico globale, che come tale va garantito e questa circostanza ha reso concreti i costi, anche economici, provocati dall’assenza di regole globali in materia di tutela della salute e di sistemi sanitari e di welfare sviluppati in tutti i Paesi. Lo stesso problema si prospetta per i molti disastri ambientali provocati dal cambiamento climatico e dalle resistenze al cambiamento nelle politiche e nelle decisioni delle imprese. Una politica all’altezza di questi problemi mondiali dovrebbe riscrivere radicalmente le regole della globalizzazione. La protezione della salute, del welfare, del lavoro e dell’ambiente dev’essere assicurata da standard internazionali, vincolanti per gli accordi di liberalizzazione dei flussi di capitali e di merci».

Redazione Mondo Business
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