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lunedì 10 Maggio 2021
Con i robot cresce l’occupazione: +50% nelle attività connesse
Nel corso del settennato 2011-2018, l’introduzione di robot industriali non ha prodotto effetti negativi sul tasso di occupazione, anzi, seppur in misura contenuta, ha contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione. È quanto emerge dallo studio "Stop worrying and love the robot: An activity-based approach to assess the impact of robotization on employment dynamics", curato dai ricercatori dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), dell’Università di Trento e dell’Istituto di statistica della provincia di Trento (Ispat)

Il risultato dell’indagine sull’impatto dei robot nel mondo del lavoro mette in luce importanti differenze legate alle mansioni dei lavoratori. Infatti, da un lato, le categorie occupazionali potenzialmente esposte al rischio di sostituzione da parte dei robot industriali non sembrano nel loro complesso aver risentito dell’introduzione di questi ultimi; dall’altro, i posti di lavoro destinati agli “addetti ai robot”, ossia a tutte quelle figure professionali che, a diversi livelli, si occupano della programmazione, dell’installazione e della manutenzione dei robot, sono aumentati di circa il 50% in poco meno di dieci anni, con un aumento significativamente maggiore nelle aree caratterizzate da un ricorso più intenso ai robot industriali.

Se le imprese investono nei robot, crescono nuovi posti di lavoro

In particolare, lo studio evidenzia che un aumento dell’1% nell’adozione di robot porta a un incremento di 0,29 punti percentuali nella quota locale di operatori di robot: un effetto tale da poter spiegare interamente l’aumento di circa il 50% di questi lavoratori. Questo risultato è coerente con l’idea secondo cui, se le imprese investono di più nei robot, il numero di lavoratori che svolgono le attività complementari cresce a sua volta: tale fenomeno è noto come reinstatement effect. Inoltre, nel corso dell’ultimo decennio, l’introduzione di robot industriali nel nostro Paese pare non abbia generato nemmeno una contrazione delle occupazioni a elevato contenuto routinario. Al contrario, i risultati dell’indagine suggeriscono che nelle zone a più intensa robotizzazione la quota di occupazioni routinarie di tipo cognitivo sia addirittura aumentata.

A risentirne di più sono i lavori che richiedono maggior sforzo fisico

Se l’impatto dei robot sulle occupazioni di carattere routinario risulta irrilevante, lo stesso non può dirsi per le occupazioni che richiedono al lavoratore sforzi di natura fisica. In particolare, l’introduzione di robot sembra aver contribuito a ridurre in misura statisticamente significativa il peso relativo delle occupazioni che prevedono un intenso impegno del busto e, in particolare, dei muscoli addominali e lombari; mentre, di contro, risulta aver favorito la crescita, seppur in modo più debole, della quota di professioni associate al controllo e all’utilizzo di macchinari e, in generale, complementari ai processi di automazione. Nel loro insieme, i risultati dell’analisi rivelano la natura complessa della relazione esistente tra robotizzazione e dinamiche del mercato del lavoro. Infatti, se da una parte è innegabile che l’introduzione di robot porti all’automazione di attività per le quali era in precedenza necessario l’impiego di lavoro umano, è altrettanto vero che ogni occupazione consta di numerose attività diverse e solo poche di queste possono essere eseguite in maniera autonoma dai robot.

Evitare un conflitto futuro tra robot e lavoratori, tramite strategie mirate

«Questa indagine è molto significativa», ha spiegato il prof. Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, «perché dimostra che non bisogna avere paura dei robot, dato che rappresentano più un’opportunità che uno svantaggio per il mondo del lavoro. D’altra parte, la tecnologia pervade già ogni ambito professionale, con esiti diversi a seconda delle situazioni: dalla medicina all’agricoltura, dalla meccanica al settore assicurativo. Già ora i robot rendono il lavoro più efficiente e al tempo stesso esonerano le persone da compiti ripetitivi, poco qualificanti e usuranti, permettendo loro di occuparsi di mansioni più gratificanti, e produttive. Tuttavia, resta sospeso il tema di tutte quelle occupazioni che vanno profondamente riqualificate, proprio per l’utilizzo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Se nel secolo scorso il conflitto fra capitalisti e operai è stato molto aspro, oggi e in futuro bisogna evitare un nuovo conflitto tra robot e lavoratori, ma bisogna impegnarsi nell’elaborare strategie appropriate, perché la riduzione dei coefficienti tecnici di produzione, legata alle nuove tecnologie, non dia luogo al fenomeno della “disoccupazione tecnologica”.

Redazione Mondo Business
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