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lunedì 13 Luglio 2020
Causa Covid, ora paghiamo più pensioni che buste paga
Con un notevole grado di certezza si può affermare che il numero delle pensioni erogate in Italia ha superato quello degli occupati. In virtù degli ultimi dati disponibili, se nello scorso mese di maggio coloro che avevano un impiego lavorativo sono scesi a 22,77 milioni di persone, gli assegni pensionistici erogati sono invece superiori

«Al 1 gennaio 2019, la totalità delle pensioni erogate in Italia ammontava a 22,78 milioni di euro», dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Se teniamo conto del normale flusso in uscita dal mercato del lavoro, da parte di chi ha raggiunto il limite di età, e dell’impulso dato dall’introduzione di “Quota 100”, successivamente al 1 gennaio dell’anno scorso il numero complessivo delle pensioni è aumentato almeno di 220 mila unità. Pertanto, possiamo affermare con un’elevata dose di sicurezza che gli assegni stanziati alle persone in quiescenza sono attualmente superiori al numero di occupati presenti nel Paese».

Nei prossimi decenni una società meno innovativa e dinamica

«Il sorpasso è avvenuto in questi ultimi mesi. Dopo l’esplosione del Covid, infatti, è seguito un calo dei lavoratori attivi. Con più pensioni che impiegati, operai e autonomi, in futuro non sarà facile garantire la sostenibilità della spesa previdenziale, che attualmente supera i 293 miliardi di euro l’anno, pari al 16,6% del Pil. Con culle vuote e un’età media della popolazione sempre più elevata, nei prossimi decenni avremo una società meno innovativa, meno dinamica e con un livello e una qualità dei consumi interni in costante diminuzione». «Sebbene gli effetti della crisi dovuta al Covid avranno un impatto molto negativo dal punto di vista occupazionale, è evidente che il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sarà un altro grosso problema con cui fare i conti», aggiunge il segretario della Cgia, Renato Mason.

L’invecchiamento è un problema che riguarda tutti i Paesi avanzati

«La questione dell’invecchiamento della popolazione non è un problema solo italiano. Riguarda, purtroppo, la stragrande maggioranza dei Paesi più avanzati economicamente. Giappone e Germania, per esempio, presentano degli indicatori demografici molto simili ai nostri. Ricordiamo che il problema è stato messo all’ordine del giorno addirittura nel G20 tenutosi ad Osaka l’anno scorso, che l’ha definito, per la prima volta nella storia, un rischio globale. Per quali ragioni i grandi della terra si sono occupati di demografia? Per il semplice fatto che l’80% degli over 65 vive nelle venti economie maggiormente sviluppate, che insieme producono l’85% del Pil mondiale e, più degli altri, potrebbero beneficiare del “dividendo demografico” generato dai Paesi emergenti. In questi ultimi, al contrario, va aumentando la coorte in piena età lavorativa (30-55 anni) a un ritmo superiore rispetto alla capacità del sistema economico locale di creare posti di lavoro e, pertanto, non viene assorbita dal mercato del lavoro».

Investire per favorire le nascite non piace a molti governi

«Con le culle vuote e l’assenza di politiche migratorie di ampio respiro corriamo il pericolo che il Vecchio continente venga travolto da queste problematiche. L’Europa ha bisogno disperatamente di più bambini e di più persone al lavoro che possano sostenere gli anziani a riposo o bisognosi di cure. È necessario far venire alla luce nuove risorse e di attrarne di già disponibili». L’Ufficio studi della Cgia conclude: «Investire per favorire le nascite, purtroppo,  è una scelta che non piace a molti governi, spesso in virtù di un banale calcolo statistico, considerato che proprio la tendenza demografica declinante richiede sempre maggiori risorse a favore della parte elettoralmente più rilevante della popolazione, ma la tentazione della rendita è di per sé un indicatore evidente di declino e di sconfitta».

 

 

Redazione Mondo Business
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