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venerdì 3 Luglio 2020
Arriva la conferma dell’Istat: timida ripresa solo nel 2021
Nel suo rapporto annuale, l’Istat definisce il quadro economico italiano eccezionalmente complesso e incerto. Al rallentamento congiunturale del 2019 si è infatti sovrapposto l’impatto della crisi sanitaria. Le previsioni stimano per il 2020 un forte calo dell’attività economica, solo in parte recuperato l’anno prossimo

La crisi determinata dall’emergenza sanitaria ha investito l’economia italiana in una fase caratterizzata da una prolungata debolezza del ciclo. Lo scorso anno, il Pil è cresciuto appena dello 0,3% e il suo livello è ancora inferiore dello 0,1% rispetto a quello registrato nel 2011. Nel primo trimestre 2020, il blocco parziale delle attività connesso alla crisi sanitaria ha poi determinato effetti diffusi e profondi: il Pil si è contratto del 5,3% su base congiunturale e per il 2020 l’Istat prevede un forte calo dell’attività (-8,3%), diffuso a tutte le componenti settoriali, con una contrazione del Pil che, si prevede, sarà solo in parte recuperata l’anno successivo. Dal lato della domanda, i consumi privati hanno segnato una caduta del 6,6%, rispetto al trimestre precedente, e gli investimenti dell’8,1%, mentre vi è stato un contributo positivo delle scorte. Sul fronte degli scambi con l’estero, il calo delle esportazioni è stato più intenso di quello delle importazioni (rispettivamente -8% e -6,2%).

Oltre il 70% delle imprese ha dichiarato una riduzione del fatturato

In aprile, l’indice di produzione industriale è risultato inferiore di oltre il 42% rispetto a un anno prima, mentre per quello delle costruzioni il calo tendenziale è pari a circa il 68%. La contrazione di entrambi i flussi commerciali con l’estero ha segnato un’ulteriore accelerazione; in particolare le esportazioni sono diminuite di quasi il 30% nel bimestre marzo-aprile, rispetto agli stessi mesi del 2019. Le misure di contenimento dell’epidemia hanno provocato una significativa riduzione dell’attività economica per una larga parte del sistema produttivo: oltre il 70% delle imprese ha dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e oltre il 40% di loro ha riportato una caduta superiore al 50%.

L’autofinanziamento è la principale fonte di risorse per le aziende

I fattori di fragilità sono molteplici: particolarmente diffuso è il problema del reperimento della liquidità, così come i contraccolpi sugli investimenti – segnalati da una impresa su otto –, che rischiano di costituire un ulteriore freno; è anche preoccupante che il 12% delle imprese sia propenso a ridurre l’input di lavoro. L’autofinanziamento continua a rappresentare la principale fonte di reperimento delle risorse delle imprese. La crisi di liquidità del 2020 potrebbe incidere fortemente sull’operatività qualora l’accesso a risorse esterne non fosse agevole. Si stima che a fine aprile quasi due terzi delle circa 800mila società di capitale italiane avessero liquidità sufficiente a operare almeno fino a fine 2020, mentre oltre un terzo sarebbe risultato illiquido o in condizioni di liquidità precarie. Tuttavia, si intravedono fattori di reazione positiva: il commercio estero extra-Ue di maggio registra un primo significativo rimbalzo delle esportazioni e gli indicatori dei climi di fiducia delle imprese mostrano a giugno una significativa risalita rispetto al mese precedente.

Negli ultimi anni c’è stata una selezione tra le imprese più piccole

Tra il 2011 e il 2017, si è prodotta una selezione all’interno del segmento delle imprese di minore dimensione, con un conseguente aumento del ruolo di quelle più grandi. Questi mutamenti possono avere conseguenze rilevanti se recidono legami tra le imprese: in un sistema frammentato come quello italiano la capacità di generare crescita e quindi di trainare un’economia fuori da una crisi dipende anche dalla capacità di attivare relazioni con altre unità. In questo senso, nell’ultimo decennio emerge una decisa polarizzazione: gli scambi che riguardano i settori più rilevanti si rafforzano, quelli dei comparti meno connessi si indeboliscono. Ne derivano una minore capacità di trasmissione complessiva e una tendenza a una maggiore frammentazione dei processi produttivi.

Dal 2012  a oggi è cresciuta la stabilità e la resilienza delle aziende

La fase di ripresa 2015-2018 ha portato un com­plessivo rafforzamento della sostenibilità in tutti i macro-settori, grazie a una riduzione della quota di imprese “a rischio” (pari al 18% nel 2018), iniziata nel 2012 come effetto selettivo della recessione, e a un aumento del peso di quelle “in salute” (37%). Il gruppo più numeroso, tuttavia, è quello delle imprese “fragili”, (45%), in leggero calo solo nel periodo 2016-2018, ma sempre superiore ai minimi precedenti il 2011. In termini di performance, nel 2018 il sistema produttivo mostra una maggiore sostenibilità rispetto al 2007: sebbene il contributo maggiore al fatturato e al valore aggiunto prove­nga da imprese “fragili” (rispettivamente 58,7 e 53,8%), nel decennio è aumentato l’apporto di quelle “in salute” (raggiungendo i massimi dal 2000: 28,3 e 35,6%) e si è ridotto quello delle imprese “a rischio” (13% e 10,5%).

 

Redazione Mondo Business
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