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mercoledì 22 Aprile 2020
Ancorotti: «Occupazione a rischio anche nella cosmesi»
Prima parte dell'intervista a Renato Ancorotti, presidente di Cosmetica Italia. L'imprenditore invita a pensare fin da subito a un "Rinascimento" del made in Italy, contro la pubblicità negativa causata dal coronavirus
Renato Ancorotti

«Da lunedì scorso (20 aprile ndr), al lavoro in azienda c’era già l’80% del personale. Stiamo smaltendo gli ordini antecedenti a questa pandemia. E altri ordini stanno arrivando da Paesi che non hanno mai chiuso l’attività, ma l’hanno solo rallentata. È un mondo che si muove a scacchiera». Per esempio?«L’Inghilterra è ferma, la Russia procede spedita. Alcuni Stati degli Usa non hanno mai chiuso le imprese, altri hanno decretato lo stop». A parlare è Renato Ancorotti, presidente della Ancorotti Cosmetics, che a Crema occupa 350 dipendenti, produce 115 milioni di pezzi di makeup e oltre 1,2 milioni di chili di mascara, e ha chiuso il 2019 con un fatturato di 105 milioni di euro; Ancorotti è anche presidente di Cosmetica Italia, associazione che raggruppa oltre 560 aziende, rappresentative del 90% del fatturato del settore; imprese che esportano il 42% degli oltre 11 miliardi di fatturato e producono circa 3 miliardi di saldo attivo.

Prima di lunedì scorso, che situazione avete vissuto? «La prima settimana che abbiamo aperto, dopo il 3 aprile, era ritornato al lavoro, su base volontaria, solo il 30% del personale. Molti miei collaboratori erano entrati nel panico. Poi, anche psicologicamente, si è cominciato a convivere e a gestire con più lucidità anche questa emergenza». Nell’ultima intervista a Mondo Business lei diceva: «Tra due mesi, tireremo i conti». Infatti, ci siamo arrivati: che conti si stanno tirando? «Anche nel settore della cosmesi, c’è chi va meglio e chi peggio. Hanno incrementato la produzione le aziende che offrono prodotti igienico-sanitari per la cura del corpo, gel igienizzanti per il lavaggio delle mani e detergenti; mentre sono in sofferenza make-up e profumi. Il mascara tira, il rossetto no, a causa delle mascherine che devono coprire naso e bocca. Infine, a differenza dei negozi rimasti chiusi per il coronavirus, si registrano crescite superiori alla media in alcuni canali, come il mass market (la grande distribuzione organizzata) e l’e-commerce».

Ma, in generale, che conti sta tirando la cosmesi? «Conti salati, purtroppo. Il calo degli ordini, oggi, si aggira sul 30%. E questa contrazione peserà di certo sull’occupazione. Una questione – quella dei posti di lavoro che andranno persi – che bisogna affrontare da subito. Il sentiment degli imprenditori cosmetici non è certo dei migliori». Lei è ottimista o pessimista? «Le aziende della cosmesi confidano nella ripresa non solo in Italia, ma nel mondo, essendo noi esportatori. Siamo ottimisti – anche se le perdite non saranno indifferenti – perché  sapremo riprenderci e progredire grazie alla capacità e al savoir faire dei nostri imprenditori, mentre il Governo dovrà impegnarsi in una comunicazione potente, perché bisogna ricostruire la riputazione dell’Italia ferita dal virus convincendo il mondo intero (e, quindi, anche gli italiani stessi) che il nostro è un Paese sicuro dal punto di vista sanitario, così come sono sicuri e da sempre eccellenti i nostri prodotti; per questo deve mettere in campo adeguate risorse, i migliori esperti nella comunicazione e autorevoli ambasciatori del made in Italy, che è il terzo brand al mondo. Bisogna pensare da subito a un “Rinascimento”del made in Italy. Sono convinto, insomma, che ce la faremo, nonostante la politica…».

Di quale altra colpa si è macchiata?«In questa emergenza ha dimostrato, ancora una volta, di essere debole di fronte a una straripante burocrazia, che ha prodotto ritardi nel fare arrivare liquidità e risorse alle aziende che ne hanno un disperato bisogno. Infatti, per non impegnare le casse dello Stato a erogare le risorse alle piccole imprese fino alla soglia dei 25mila euro (con garanzia statale) ha scelto di coinvolgere il sistema bancario. Il risultato: automatismi e semplificazioni sono stati chiusi nel cassetto; per avere quei soldi l’imprenditore deve produrre allo sportello 19 documenti di una certa complessità. Colpa delle banche? No di certo, perché gli istituti di credito non sono enti di beneficenza: pesano il merito creditizio di chi chiede un prestito (anche garantito), perché non vogliono correre per l’ennesima volta il pericolo di ritrovarsi con troppi crediti deteriorati in cassaforte e, quindi, rischiare il default».

di Sergio Cuti

 

(Fine prima parte)

Redazione Mondo Business
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