PRIMO PIANO
lunedì 1 Giugno 2020
Abbiamo bisogno del Mes. La pandemia non è finita
Secondo il Global Go To Think Tank Index Report, redatto dall’Università della Pennsylvania, Action Institute si colloca tra i migliori think tank al mondo. Carlotta de Franceschi, una delle fondatrici e presidente dell’istituto, ha accettato di confrontarsi con noi in merito alle risposte alla crisi economica da parte del Governo e dell’Ue
Carlotta de Franceschi

Nel tentare di contrastare l’emergenza economica in corso, il Governo italiano ha messo in campo molti strumenti, ma l’effetto, a detta di diverse associazioni di categoria, in primis Confindustria, pare essere quello di una distribuzione a pioggia per accontentare tutti. Per di più, molti stanno ancora aspettando le risorse promesse. Qual è il suo parere? «In tutto il mondo si è provato a rispondere in modo molto simile, sostenendo direttamente l’occupazione (i vari Governi hanno preso in carico i lavoratori al posto delle aziende e supportato gli autonomi) e il credito con programmi di garanzie pubbliche. Il problema che caratterizza la messa a terra da parte dell’Italia delle politiche di emergenza è però duplice: da un lato il Paese ha molto meno spazio fiscale (e quindi molte meno risorse cui attingere) rispetto ad altri Paesi, essendo gravato da un importante debito pubblico; dall’altro, ha previsto un’eccessiva macchinosità (ossia un’eccessiva “burocrazia”) nell’accesso ai benefici da parte di lavoratori e imprese».

Può farci degli esempi? «In particolare, in Germania, Stati Uniti e Inghilterra, lo Stato ha accreditato direttamente degli assegni cospicui sui conti correnti di lavoratori autonomi e dipendenti. Nel caso dell’Inghilterra, ad esempio, il Governo ha coperto l’80% dei salari, pagando fino a 2.500 sterline al mese, quando invece, in Italia, la cassa integrazione in deroga paga al massimo 1.250 euro e non è che i salari in Inghilterra siano il doppio che in Italia. Nel nostro Paese, inoltre, nonostante sia stato sventato l’incubo del click day, spesso gli assegni non sono proprio stati erogati. Quanto gli autonomi, c’è anche un problema di equità: il sussidio non può essere inferiore al reddito di cittadinanza e dovrebbe essere parametrato al reddito dell’anno precedente. Infine, riguardo al credito, va detto che il sistema delle garanzie sta dimostrando i suoi limiti in tutti i Paesi. Questo perché, quando la liquidità arriva attraverso il sistema bancario, l’intermediario è comunque responsabile davanti alla Vigilanza della corretta istruttoria sul merito creditizio dell’azienda, cosa particolarmente complicata per alcuni settori o attività colpite da questa crisi».

Che cosa ne pensa delle risorse da mettere in campo a livello europeo? In particolare riguardo al Mes e al Recovery Fund? È giudizio di diversi analisti che si stia discutendo di somme molto inferiori alle potenzialità europee. Il che stride particolarmente, se si confronta quanto stanziato in proporzione dalla sola Germania per il proprio sistema produttivo oppure, per uscire dal perimetro europeo, dagli Stati Uniti. «Non possiamo comparare soluzioni di sistema, europee o americane, con quelle di singoli Paesi, come la Germania. Penso anche sia molto difficile comparare politiche americane ed europee, perché negli Stati Uniti c’è comunque un’unione fiscale che noi non abbiamo. La Germania ha potuto optare per soluzioni a fondo perduto perché esce da anni di crescita economica e ha un basso livello di debito pubblico e quindi un maggiore spazio fiscale rispetto all’Italia. Mi pare abbastanza chiaro che da soli non potremo uscirne e che il Recovery Fund sia la soluzione migliore per l’Italia, non solo perché il nostro Paese sarebbe il maggiore beneficiario della misura in Europa, ma anche per il modo in cui quest’ultima soluzione è stata disegnata, in quanto dovremmo restituire solo circa la metà dei fondi ricevuti».

Quanto all’accesso al Mes, peraltro previsto solo per le spese sanitarie? «Negli ultimi dieci anni, la spesa sanitaria ha subito dei gravi tagli; al momento spendiamo 115 miliardi l’anno e circa 40 di questi sono sostenuti direttamente dai cittadini tramite i ticket. Abbiamo tagliato le borse di studio degli specializzandi e  abbiamo i medici fra i meno pagati d’Europa. Siamo rimasti sprovvisti di mascherine, reagenti e ventilatori, perché eravamo più focalizzati sui costi dei prodotti che sulla certezza della loro disponibilità. Pensiamo a Seul, che ha appena rimesso 24 milioni di persone in lockdown per due settimane; la pandemia, infatti, non è ancora finita. Questo per dire che, sì, dovremmo assolutamente prendere i 35 miliardi del Mes, vincolati a spese per l’emergenza Covid. Non dimentichiamoci che solo mille persone in terapia intensiva costano al nostro sistema sanitario 75 milioni di euro al mese».

(Fine prima parte)

 

Gionata Agisti
Di Gionata Agisti
RICHIEDI LA TUA
COPIA GRATUITA
RICEVILA ADESSO