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la polemica
lunedì 5 Luglio 2021
Quasi 9 euro su 10 ci vengono prelevati dallo Stato centrale
Sebbene oltre la metà della spesa pubblica italiana sia in capo a Regioni ed enti locali, le tasse degli italiani continuano in massima parte a confluire nelle casse dello Stato centrale. Nel 2019, per esempio, l’85,4% del totale del gettito tributario è stato prelevato dall’erario: praticamente 441,4 miliardi su un totale di 516,6. Per contro, agli enti periferici sono andati poco più di 75 miliardi, pari al 14,6% del totale. A segnalarlo è l’Ufficio studi della Cgia.

«Uno squilibrio, quello tra entrate e centri di spesa, che dimostra ancora una volta come la Pubblica amministrazione centrale sia sempre più arroccata su una posizione di difesa del proprio ruolo di intermediazione», accusa la Cgia. «Le amministrazioni locali, che gestiscono una quota di spesa pubblica superiore a quella delle amministrazioni centrali, in virtù del trasferimento di funzioni e competenze avvenuto circa due decenni fa, continuano a dipendere in buona misura dalle coperture finanziarie che arrivano da Roma. Tuttavia, i tempi di erogazione da parte dello Stato centrale non sempre sono velocissimi, anzi».

Subito l’autonomia per abbassare il peso del fisco

«A fronte del risultato emerso da questa elaborazione, appare necessario approvare in tempi ragionevolmente brevi la legge sull’autonomia differenziata, chiesta a gran voce da molte Regioni. In altre parole, vanno trasferite funzioni e competenze agli enti periferici che, a loro volta, devono poter contare su risorse proprie che dovranno essere recuperate trattenendo sul territorio buona parte delle tasse versate dai contribuenti. Solo avvicinando i centri di spesa ai cittadini si potrà rispondere meglio alle esigenze di questi ultimi, rendendo gli amministratori locali più responsabili e più virtuosi. Naturalmente le aree del Paese più in ritardo dovranno essere aiutate economicamente da quelle che non lo sono: la solidarietà tra territori costituirà il collante di questo cambiamento epocale. Tutto ciò con l’obbiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i conti pubblici».

Solo Irpef, Iva e Ires pesano sui contribuenti per oltre 320,6 miliardi di euro

«Nonostante un numero spropositato di tasse, imposte e tributi, le prime venti voci (per importo prelevato)  incidono sul gettito tributario totale per il 93,7%.   Solo le prime tre – Irpef, Iva e Ires – pesano sui contribuenti italiani per un valore complessivo pari a 320,6 miliardi di euro; un importo, quest’ultimo,  che copre il 62% del gettito complessivo. In vista della prossima riforma fiscale, oltre a ridurre il carico in capo a famiglie e imprese, appare sempre più necessario semplificare il quadro generale, tagliando gabelle e balzelli che, per l’Erario, spesso costituiscono più un costo che un vantaggio».

Negli ultimi vent’anni più tasse per 166 miliardi

«Negli ultimi vent’anni le entrate tributarie in Italia sono aumentate di 166 miliardi di euro. Se, infatti, nel 2000 l’erario e gli enti locali avevano incassato 350,5 miliardi di euro, nel 2019 il gettito, a prezzi correnti, è salito a 516,6 miliardi. In termini percentuali, la crescita in questo ventennio è stata del 47,4%, 3,5 punti in più rispetto all’aumento registrato sempre nello stesso arco temporale dal Pil nazionale espresso in termini nominali (+44,2%). L’inflazione, sempre in questo arco temporale, è aumentata del 37%, dieci punti in meno rispetto alla crescita percentuale del gettito. Qualcuno può affermare con cognizione di causa che con 166 miliardi di entrate in più la nostra macchina pubblica ha funzionato meglio e i contribuenti italiani hanno ricevuto più servizi oppure questo prelievo aggiuntivo li ha impoveriti, contribuendo a non far crescere il Paese? Noi non abbiamo dubbi: propendiamo senza esitazioni per la seconda ipotesi».

Quarti al mondo per peso delle tasse

Ancorché provvisori, gli ultimi dati statistici dell’Oecd , il club che racchiude i 37 Paesi più industrializzati al mondo, ci dicono  che l’Italia è al quarto posto,  a pari merito con l’Austria (42,4%) per incidenza della pressione fiscale sul Pil. Se ci confrontiamo con i nostri principali concorrenti commerciali, solo la Francia sta peggio di noi (i transalpini registrano un carico fiscale complessivo superiore al nostro di 3 punti). La Germania, invece, presenta una pressione fiscale inferiore alla nostra del 3,6%, la Spagna del 7,8 e il Regno Unito addirittura di 9,4 punti. Al di là dell’Atlantico, infine, gli Usa contano quasi 18 lunghezze di peso fiscale inferiore a quello italiano, mentre la media dei Paesi Oecd è inferiore alla nostra di 8,6 punti.

Redazione Mondo Business
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