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la polemica
giovedì 10 Giugno 2021
In Italia gli autonomi pagano oltre 21 miliardi di tasse in più dei giganti del web
Le micro e piccole imprese italiane con meno di 5 milioni di euro di fatturato, costituite prevalentemente da artigiani, piccoli commercianti e partite Iva, nel 2019 hanno versato 21,3 miliardi di euro di imposte erariali in più rispetto alle web companies presenti in Italia.

«Due anni fa», sottolinea la Cgia di Mestre, «l’aggregato delle controllate appartenenti al settore del WebSoft ha registrato un giro d’affari nel nostro Paese di 7,8 miliardi di euro; il numero di addetti occupati in queste realtà era di oltre 11 mila unità, mentre al fisco italiano hanno versato solo 154 milioni di euro» .

Per le Pmi un contributo 140 volte superiore a quello dei giganti del web

«Nello stesso anno, invece, il popolo delle partite Iva con meno di 5 milioni di fatturato ne ha generato uno di 814,2 miliardi e il contributo fiscale giunto all’erario  da queste 3,3 milioni di piccole realtà è stato di 21,4 miliardi di euro: un importo di circa 140 volte superiore  al gettito versato dalle multinazionali del web. È evidente che ormai ci troviamo di fronte a uno squilibrio del prelievo fiscale tra le piccole e le grandi imprese tecnologiche che la pandemia ha ulteriormente accentuato. Grazie al boom del commercio elettronico, per esempio, in questi ultimi 15 mesi  le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato ulteriormente i ricavi, mentre la grandissima parte delle micro e piccole imprese ha subito una contrazione degli incassi molto preoccupante. Pertanto, se per i primi il peso delle tasse continua a rimanere modesto, per i secondi il carico fiscale ha raggiunto livelli non più sopportabili, che nemmeno le misure anti Covid approvate finora hanno contribuito ad alleviare».

Soddisfazione per l’accordo siglato a livello europeo

«Se il livello medio di tassazione di queste big tech, secondo l’Area studi di Mediobanca, è al 32,1%, nelle nostre piccolissime realtà si aggira attorno al 60%; praticamente quasi il doppio. Ora, nessuno chiede un inasprimento del carico fiscale nei confronti delle grandi imprese del web, ci mancherebbe, semmai è necessario abbassare drasticamente il peso delle tasse sulle piccole attività che, ancora oggi, rimane a livelli insopportabili. Salutiamo con soddisfazione l’accordo siglato nei giorni scorsi tra il Parlamento europeo e il Consiglio europeo, che impone alle multinazionali e alle loro controllate, con un fatturato annuo di oltre 750 milioni di euro e che operano in più di un Paese, di pubblicare e rendere accessibile l’importo delle imposte versate in ciascun Stato membro».

La questione dei paradisi fiscali nell’Ue

«Quali sono le ragioni per cui le controllate delle principali multinazionali del web presenti in Italia possono beneficiare di un tax rate del 32,1%? Per il semplice motivo che circa la metà dell’utile ante imposte è tassato nei Paesi a fiscalità agevolata, che ha dato luogo a un risparmio fiscale cumulato, che nel periodo 2015-2019 è stato di oltre 46 miliardi di euro. Tuttavia, non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa da molti Paesi europei. Da alcuni anni, infatti, anche alcuni grandi protagonisti italiani hanno trasferito all’estero la loro sede fiscale o legale, magari solo di una consociata. Molte aziende hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi, per esempio, perché lì è possibile beneficiare sia di una legislazione societaria molto favorevole sia di un trattamento tributario alquanto generoso, che il governo olandese riserva a ogni big company disposta ad aprire la sede fiscale ad Amsterdam».

Redazione Mondo Business
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